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domenica, novembre 10, 2013

Regime di Austerity

Il sistema Italia è collassato, lo si vede ogni giorno nell'economia, nella politica, nella società.
Ognuno di noi guarda alla propria sopravvivenza senza badare più tanto agli altri. Le regole del buon senso e del senso comune paiono scomparse, tanto che tutti si sentono in diritto di avere ragione sempre e comunque, qualsiasi sia l'ambito, il contesto, il momento, il luogo e gli astanti con i quali si possano trovare a dover far da conto. A questo aggiungici la crisi ed ecco che il peggio di ognuno viene a galla per permettere a tutti di cercare quel minimo di sopravvivenza.

In più occasioni ho scritto di essere una persona fortunata, ed anche in questo periodo confuso e complesso non smetto di pensarlo. Ho un lavoro regolare, che molti altri non hanno, ho una famiglia su cui poter far conto, e non tutti potrebbero dire la medesima cosa. Quindi tutto sommato me la cavo bene, ciò non toglie che ci sono momenti più difficili ai quali dover far fronte, e per me sta per iniziarne uno abbastanza lungo.

Prima di proseguire a scrivere e condividere le ragioni che danno origine al titolo di questo post, ci tengo a dire (e proverò a scriverlo) che non mi sto lamentando perché devo iniziare a tirare "la cinghia", anzi proprio perché sono in una condizione di stabilità ritengo importante non sperperare le risorse economiche e di tempo in questioni, diciamo, accessorie. Insomma cerco di seguire la morale della formica e della cicala.

Quindi venendo al sodo, la questione è che per i prossimi 6 mesi, almeno, mi attendono delle spese accessorie (=leggi oltre alle spese fisse già onerose) di vario genere, talune di tipo personale legate alla salutate o al benessere in generale dicendo, tal'altre invece mi si rendono necessarie per una mia scelta perché ritenute rilevanti più altre. Mentre in passato ho moderato enormemente la spesa sul telefonino, oggi non posso non spendere per la sicurezza di guida dell'auto. Mentre in passato ho lesinato sugli acquisti di abbigliamento ed accessori vari, oggi non posso più attendere troppo nel cambiare gli occhiali da vista per garantirmi un benessere migliore ed evitare maggiori complicazioni in futuro. Mentre in passato mi sono negato qualche viaggio estivo per il mio piacere personale e culturale oggi non posso esimermi dal spendere per fare dei controlli per garantire la mia continuità di salute, specie a fronte di patologie che fino a 2 mesi erano a me sconosciute.
A queste si sommano quelle già precedentemente messe in conto ma significativamente importanti e necessarie parlando in termini economici: per risparmiare a volte occorre investire prima somme significative e qui stiamo parlando di abbonamenti annuali di vario genere. Insomma non che siano somme stratosferiche, ma proprio perché non voglio fare la fine della cicala ritengo opportuno sin da ora assoggettarmi autonomamente all'austerity per poter far fronte alle future spese con maggior serenità e tranquillità. Di conseguenza ogni uscita sarà ben calibrata e contenuta nella spesa, sfruttando appieno tutte le manleve economiche del caso di cui posso già disporre: meno cene fuori, meno birre da bere, meno colazioni al bar, meno sigarette (sperando di farcela), tariffe più basse possibili per i telefonini, meno di tutto insomma.

Come già spiegato nella premessa, mi ripeto, questo post non vuol essere uno sterile piagnisteo ma una condivisione del fatto che anche chi se la passa meglio è bene che abbia la coscienza di sapere distinguere dalla spese necessarie da quelle effimere e inutili, anche in rispetto a chi non può nemmeno fare questa scelta in quanto non può far fronte neanche alle necessità più significative come riuscire a comprare da mangiare.

sabato, settembre 01, 2012

Autunno Caldo - Dov'è il Quarto Stato?

1901 - Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo
(inizialmente intitolato Il cammino dei lavoratori)




Manca poco all'autunno, meteorologicamente in queste giorni ne stiamo assaggiando un po' le premesse. Ma se come stagione l'autunno prevede l'abbassamento delle temperature, temo che socialmente sarà molto caldo. Seppure se ne senta parlare nei telegiornali, si leggano articoli su varie testate giornalistiche e le varie news su mondo del web, ho come la sensazione che neanche quest'estate di vacanze al ribasso ancora abbia aperto gli occhi alla popolazione italiana. Non voglio sembrare delatore o disfattista ma i segnali non mancano per recepire che la situazione non è per nulla rosea ne in via di miglioramento. Siamo una nazione vecchia, e stiamo lasciando anche che la nostra ricchezza fugga dal nostro paese, in silenzio a favore di culture economiche che si stanno preparando a spostare gli equilibri lontano da noi. Sono vago?
Bene per nazione vecchia intendo che con il sistema pensionistico in revisione ogni anno se non ogni semestre rallentano l'uscita dei lavoratori ultra 60enni e impediscono l'inserimento delle forze fresche (notizie di ieri disoccupazione al 34% solo tra i giovani), questo prevede stanchezza e disinteresse da parte del lavoratore, che aspetta solo più di andare via pagato al massimo possibile e non cura gli interessi dell'azienda e dell'economia italiana, lamentandosi di un governo schiavista. Io sono nella generazione di mezzo e sto pagando le pensioni di oggi e non certo la mia pagando i contributi con il mio lavoro che oggi valgono almeno il 35-40% dello stipendio (calcolatelo come volete, ma così è!).
Per quello che riguarda la ricchezza che fugge dal nostro paese invece mi rifaccio alle troppe volte che ho sentito dire dagli stessi extracomunitari e non solo loro, ma anche etnie dell'est (non sono razzista si chiaro) che non sono qui per vivere qui (e sono ancora troppo pochi)  ma che sono in Italia per avere qualche opportunità in più (la maggior parte) ammettono serenamente di prendere buona parte del loro guadagno,onesto, e lo investono nel loro paese e non nel nostro: questo per me è un danno enorme, sono soldi che arricchiscono altre realtà e non quella del mio paese, ritrovandomi tra 10 anni a dover concorrere con aziende che si trovano all'estero più sane e floride di quelle del nostro paese che stanno morendo poco a poco.
Oltre a questo ci volgiamo aggiungere la "Revisione della Spesa Pubblica", la "pressione fiscale" alta e che tenderà a crescere (iva 23% a giugno 2013), e che siamo nel pieno apice delle conseguenze negative dei mercati del lavoro degli ultimi 5 anni di crisi?
Seppure io mi ritenga, per il momento, un privilegiato del lavoro guardo al mio futuro, che non sarà diverso da  quello degli altri, con preoccupazione crescente: non vedo un paese che si sta rimboccando le maniche e si stringe in un coro forte e insormontabile in cui rompe i tavoli di discussione, rivolta i sindacati odierni (svenduti e inflazionati) e scende in piazza davanti al governo e chiede giustizia, norme e azioni concrete per rafforzare lo strato sociale che produce ricchezza e rimpingua le tasche di tutti tranne che le proprie. Non vedo una coesione nel smettere le cattive abitudini sperperando i pochi soldi rimasti per cose superflue. Sarà che sono un romantico e ancora ho ben in mente il dipinto di Giuseppe Pellizza da Volpedo che rappresentava il "Quarto Stato" in marcia verso il "Signore delle terre.." per chiedere una trattamento equo.
Noi che stiamo facendo? Apprendiamo le notizie di quanto hanno deciso "gli altri" (stato, sindacati, signori dell'economia) e ci lamentiamo, ma cos'altro facciamo?
Bene io nel mio piccolo andrò a fare i conti di casa come si deve e andrò a togliere tutto quello che riterrò superfluo, non voglio farmi prendere in contropiede e trovarmi con più uscite rispetto alle poche entrate... ma dopo? Ma dopo cosa posso fare? A chi mi affido per avere una rappresentanza verso le istituzioni per chiedere quanto è giusto chiedere? Se ancora non fosse chiaro non confido nei sindacati odierni, troppo addentrati nella politica e troppo coinvolti nelle economie globali, per fare gli interessi della popolazione. In 15 di lavoro e ancora prima( quindi arriviamo a 25 anni) nei quali posso ritenere di comprendere qualcosa di lavoro non ho mai sentito dire: "il governo ha approvato la legge che impone la rivalutazione degli stipendi dei lavoratori in conseguenza del cambio dei valori economici della vita odierna". Gli stipendi non sono cresciuti proporzionalmente a quanto è stata la pressione fiscale e il rincaro della vita: questa sarà la nostra rovina, perché finiti i pochi risparmi rimasti, saremo poveri.
Dunque pur sembrando un menagramo, vi dico che questo autunno sarà caldo e prevedo un forte declino dell'economia con la chiusura di molte realtà economiche entro la fine di quest'anno; l'estate ha già mietuto ma non è ancora finita; a questo si aggiungerà che nel primo semestre del prossimo anno dovremo ancora faticare e non poco visto le drastiche, forse necessarie, azioni che toglieranno soldi dello stato da molte realtà economiche come richiede la tanto declamata e internazionale "spending review": chissà se tutti hanno capito cosa significa e quali ambiti va a toccare? Personalmente spero solo di essere pronto a sopravvivere a quanto succederà nel prossimo e più imminente futuro.

Addendum: a seguito di un unico commento ho provveduto a correggere titolo e didascalia dell'immagine riportandolo il tutto ad una più corretta definizione. Di seguito il commento anonimo, cancellato perché senza firma, che riporta la segnalazione del mio evidente errore nella denominazione del quadro.  (qualcuno che legge con coscienza c'è!!) 

 Anonimo ha detto...
guarda che il quadro di Pellizza da Volpedo si chiama "Il quarto stato", non il quarto potere.
venerdì, novembre 02, 2012 10:59:00 m.

martedì, giugno 12, 2012

Non è Solo Questo

Giornata alquanto impegnativa quella di oggi. Sveglia alla solita ora, arrivo mattiniero al lavoro, lentamente riprese le quotidiane attività che mi competono. Le energie sembrano a zero, come pervaso da un senso di svogliatezza, ma non è questo... non è solo questo. Anche le le persone che mi circondano sono allo stremo, ognuno per i propri motivi. L'atmosfera è particolarmente pesante da sostenere. Mancano forse gli stimoli? Non lo so. Non è solo questo. Poi iniziano ad arrivare segnali, tutti orientati nella stessa medesima direzione. Si concretizza un senso di sgomento, un senso di impotenza, un senso di frustrazione. Non è successo niente di particolare, ma le reazioni di chi torna dalla casa madre, una discussione la sera prima che ha lasciato un senso di inconcludenza o di incompiuto forse sarebbe meglio dire. Un riunione dell'ultimo minuto che apre molti quesiti ma che non lascia vedere risposte risolutive almeno nell'immediatezza. Qualche telefonata che ti porta a spalancare le porticine piccole degli armadi personali, che nascondono forse troppi scheletri o quanto meno troppo grandi. Nella giornata ci sono anche momenti di confronto o come mi verrebbe da chiamarli "sconfronto" che danno l'idea del comune sconforto. Poi la giornata lavorativa termina, e me ne torno a casa con quella sensazione di aver dimenticato qualcosa o di non aver fatto tutto.
Compro il pane e resto qualche minuto in attesa per pagare in attesa che la cassiera ci possa dare retta e una persona mi passa anche avanti, ma non me ne preoccupo. La testa vaga sfocatamente su pensieri lontani. Al rientro, altra telefonata anche questa strana, stanca, svogliata nei contenuti, mentre distrattamente guardo una partita di calcio degli europei. La telefonata finisce dopo 50 minuti su per giù. Ed è lì che mi assale quel senso di consapevolezza. Prende corpo quanto discutevo al telefono. Stacco la TV attivo la connessione ad internet e vengo qui a scrivere come ogni volta che troppi pensieri si addensano nella mia testa. Non ho ancora scelto il titolo quando sono a questo punto della scrittura, perché non è a fuoco il vero tema di queste righe. In coscienza lo so ma ancora non lo voglio scrivere, ancora lo sto definendo nei dettagli... si perché non è solo questo. Non voglia di contare quante volte l'ho già ripetuto, ma è tutto qui in queste quattro parole: "non è solo questo". 
La nostra quotidianità è l'insieme di molte cose, problemi lavorativi, economici, personali, sociali, storici, politici, ed ho la netta sensazione che anche se non vogliamo ammetterlo siamo tutti vittime della stessa condizione. Siamo preoccupati e non poco. L'incertezza del futuro, l'incapacità di tornare alle nostre vite di prima, la necessaria presa di responsabilità diretta o indiretta ci attanaglia. Ci preoccupa e spaventa di non essere noi i fautori del nostro futuro perché altri hanno il potere di decidere per noi, o così vogliono farci credere. Sento il senso di impotenza verso "angherie" che ci schiacciano e contro le quali non abbiamo armi e difese. Ma non voglio credere che sia così. Non è solo questo. Io ammetto di avere paura per il mio futuro, ammetto che mi sento imprigionato in una strana ed eterea gabbia che mi soffoca e dalla quale non riesco ad uscire. Poi però mi fermo un istante.
Il panico non è mai stato mio amico, quindi lo allontano. Faccio un respiro e con la mente vado a cercare nel mio passato, negli insegnamenti ricevuti in gioventù, a ricordare i ricordi dei vecchi, a ritrovare quella banale quotidianità di un tempo. Mi ritrovo con la mente a vedere il me stesso di 20 anni fa vestito con gli abiti corti di mio fratello maggiore, ad andare in giro a piedi o con una bicicletta scassata di 3 mano. A vedere mio padre che fa i conti di casa per capire se potremo permetterci le ferie o meno, o comprare un nuovo televisore con il telecomando o restare con quello a pulsanti e manopole. Vedo mia madre che lava a mano per non spendere troppo con la lavatrice che consuma troppa corrente. Vedo mio fratello che guida la sua 500 di 4 mano nonostante siano già 10 anni che  ha la patente. Mi ricordo che con meno facevamo di più. Si sta di più con la gente con poco, si stava tutti a darsi una mano, si stava tutti a contare le lire per arrivare a fine mese. Ricordo che il lusso era per altri non per noi. Ricordo che nonostante tutto, c'era dignità, rispetto e solidarietà. Prima c'erano le persone, gli affetti, le questioni importanti della vita erano la salute e qualità della vita. Oggi non è più così. Ci siamo forse smarriti? Ci siamo imborghesiti inconsapevolmente? Certo che oggi siamo terrorizzati di quanto ci si pone davanti tutti i giorni e siamo tutti struzzi: nascondiamo la testa, distogliamo lo sguardo perché non vogliamo comprendere che non sia più borghesi. Io sono sempre stato spiantato e lo resterò per tutta la vita: me ne vanto. Avrò sempre gli abiti corti, vecchi e di qualcun altro, ma non mi importa. Voglio tornare ad avere coscienza di me stesso, della mia dignità di essere umano, di ricordare che non sono il solo. Parecchie volte l'ho scritto e anche questa volta mi ripeterò. Sono un fortunato e di questo sono grato. Nonostante periodi meno buoni, non voglio dimenticare che sono non ho motivo di lamentarmi. Voglio ritrovare equilibri antichi da condividere con chi ha la medesima comunione di intenti, e lo so che non siamo pochi.
Non è solo questo, è che la vita è faticosa, ogni giorno le responsabilità e le difficoltà ci mettono alla prova, non sono da evitare, da svicolare o ingannare, sono da prendere ed affrontare, giorno per giorno, perché questa è la vita. Senza sarebbe tutto troppo noioso e non potremmo avere modo i risollevare la testa, che è la cosa che ci riempie, che ci fa sentire vivi e ci fa sentire noi stessi. Non solo io, molti si ritrovano con questo senso di impotenza, frustrazione e sconforto, per questo sarà più facile ritrovarsi e giorno giorno dopo giorno disegnare una mondo che ci piace di più, in ogni aspetto.
Non è il lavoro a nobilitare l'uomo,  affrontare la vita che ci rende nobili e signori!

Ora torno agli europei, i pensieri sono meno densi e posso ritornare alla routine per finire questa giornata e iniziare quella di domani che affronterò meglio di oggi o di ieri.

mercoledì, marzo 14, 2012

Sbiadito Passato

E' un periodo particolare. Lo scenario economico e sociale è come in uno stato di caos tale per cui diventa sempre più complicato vivere la quotidianità. Il timore di restare senza lavoro, il dover fare i conti ogni momento per essere certi di arrivare a fine mese, dare conto all'humus sociale nel quale siamo inseriti per qual si voglia motiviazione. Non passa giorno che nel guardarmi intorno vedo un formicolante movimento, oserei dire oramai ripartito 50-50 tra realtà e virtualità telematica, in cui ognuno di noi e assorbito, per non dire fagocitato, in una quotidianità distorta in cui tutti noi non facciamo che proferire lamentele più o meno accese, più o meno convinte, più o meno ragionevoli. Un costante borbottio compensato di tanto in tanto da facezie di poca gratificazione nell'estenuante ricerca di un benessere che si sta dimenticando.
Ogni nuovo uso e costume viene preso a giustificazione per le azioni, che sempre più egoistiche, intraprendiamo per soppravvivere alla giornata. Ogni pretesto di evasione o di scarico di responsabilità viene colto immantinente per non dover troppo riflettere sulle implicazioni dirette e indirette. Non nego che ci siano situazioni tali per cui diventa  impossibile non lamentarsi o trovarsi in disagio, ma è pur vero che rispetto a 15/20 anni fa sta venendo a mancare il senso accomunamento, di partecipazione e condivisione, oltre coscienza della realtà storica che stiamo vivendo. Saranno forse ricordi sbiaditi del passato, distorti, che ho della mia vita, ma sono quasi certo che quando avevo 19 anni la vita era più vita. Le persone ancora tenevano rapporti "umani" gli uni a contatto con gli altri, c'era il piacere di stare insieme anche solo per condividere situazioni scomode comuni, oltre che quelle più gioviali; c'era la ricerca di comunanza per vivere meglio concedendosi lo scambio e l'unione di esperienze gratificanti non solo nello stomaco ma anche nello spirito.
Oggi mi pare che ognuno di noi se ne stia per proprio conto limitandosi al contatto e convivenza con gli altri solo per comune tornaconto, o per non sentirsi estromessi da occasioni che sembrano irripetibili, ma che il più delle volte vengono reiterate per mancanza di fantasia o di indipendenza di pensiero. 
Insomma se tornassi indietro con l'esperienza di oggi credo che godrei ancor di più dei vantaggi di quell'epoca; daccordo sembra un discorso legato forse ai maggiori soldi ed alla maggior stabilità, ma per il vero quello che non c'era all'epoca era la sconsiderata grettezza odierna delle persone, che hanno la mente, lo spirito rivolti solo a trovare modo di essere i più furbi anche a discapito degli altri.
E' altrsì vero che ci sono piccole sacche sociali ed economiche in cui, come paradisi antichi e perduti, si riesce a trovare quel sano equilibrio della vita quotidiana, peccato solo che siano sempre meno e sempre più ridimensionate. Non mi resta che accontentarmi e suggere della ricerca di questi piccoli paradisi. E scusate lo sfogo.

lunedì, dicembre 05, 2011

Diaspora

Da qualche settimana oramai è iniziata la diaspora dei blogger e dei loro diari da Splinder. Non conosco bene quali vicissitudini abbiano portato questa piattaforma a dare la notizia della sua chiusura, ma è indubbio che seppur abbia concesso qualche mese di tempo per salvare i contenuti ed esportare i dati, sta dimostrando la volubilità di internet che sta cedendo al passo alle fisionomie economiche. Anche io mi sono ritrovato costretto a recuperare oltre 4 anni di Note di Viaggio e in questi ultimi due giorni, con ben 14 ore di intenso e quasi ininterrotto lavoro sono riuscito a fare il mio trasloco qui su questa piattaforma dove avevo già aperto da qualche tempo un secondo blog... Nella casualità di cercare nuove dimore e stimoli la fortuna mi ha permesso di non perdere le parole che avevo condiviso su Splinder e con un po' di lavoro supplementare integrare il tutto su questo blog. Quindi non stupitevi se da poco meno di 20 post oggi ce ne sono quasi 200: ho riunito tutti i blog che avevo sotto quest'unico tetto, ricomponendo così in parte anche la mia anima che si era frammentata alla ricerca di chissà quali equilibri. Esiste un solo mr.zugo con tutte le sue sfumature e sfaccettature che oggi si ritrovano e riuniscono qui. Sembra quasi un segno del destino, perché oltre a voler fare pulizia delle varie registrazioni sulla rete, anche nel privato sto attraversando un momento particolare che sta iniziando a portarmi verso nuove scelte, forse importanti e decisive. Per ora non posso che concentrarmi su internet dove più rapidamente posso assestare le mie varie identità, mentre per la sfera privata serviranno ancora settimane, se non mesi...

Quello che mi dispiace che in questa diaspora, si corromperà il salotto che si era costituito su Splinder, e con qualche difficoltà in più dovremo ricostruire i contatti e riprendere i dialoghi, ahimé, anche da piattaforme diverse. Molti hanno già trovato casa su piattaforme facilmente compatibili con il blog originario, altri forse abbandoneranno la vecchia casa senza portarsi nulla con se per aprire nuovi diari, altri abbandoneranno forse definitivamente questo mondo di diari, parole, commenti... Un peccato.
Io personalmente è da pochi anni che faccio parte di questo mondo di post/commenti su diari più o meno pubblici e non voglio abbandonarlo, è l'ultimo baluardo della rete in cui le persone possono concedersi il lusso di confrontarsi con le sole parole mettendo a nudo (chi più, chi meno) il proprio carattere e pensiero di vita; in questa epoca in cui i socialnetwork spopolano e indirizzano la comunicazione, questa realtà dei blog rimane integra a se stessa, permettendo la nascita di "salotti" virtuali in cui ognuno usa il numero di parole e di immagini che vuole e non è obbligato a seguire necessariamente il modus vivendi dei nuovi socialnetwork che proliferano di input non necessariamente utili e tanto meno con valori di unicità che invece in un blog si può esprimere attraverso i propri pensieri e parole.
Per informazione di tutti su questo blog i commenti sono aperti a chiunque, ma sappiate che sono sotto moderazione, giusto per evitare brutti incontri e contenere parole per me inadeguate; ma sono certo che del popolo dei blogger sono molto pochi coloro che si dovranno preoccupare di essere moderati (non pubblicati). Come su Splinder anche qui siete tutti i benvenuti, basta avere rispetto ed educazione e troverete sempre uno scambio paritetico di pensieri. Insomma da qui si riparte!

lunedì, ottobre 17, 2011

Veleni Sociali - Ingordigia&Pigrizia

Stiamo vivendo un momento storico importante per il paese, tra crisi economica, un governo con la data di scadenza, grandi problemi strutturali nel lavoro, ma nonostante tutto le persone perseverano demoniacamente ad essere ingordi e pigri. La mia esperienza diretta mi porta ad ascoltare ragionamenti, riflessioni di molti sul fatto che non ci sia lavoro, quando invece facciamo i preziosi e rifiutiamo lavori modesti perché vogliamo il bello stipendio, l'orario flessibile, magari con poco da fare così da poter dare maggior rilievo alle futili questioni personali come telefonate agli amici, alle amanti o a chissà chi; il peggio però viene fuori quando magari per scelte aziendali per risparmiare ed ottimizzare, regolamentandosi secondo le regole dei contratti di lavoro nazionale, prende decisioni e modifica parzialmente la routine dei propri dipendenti spostando sedi di lavoro con le relative persone che iniziano una lamentela sterile solo perché devono fare dei km in più, solo perché dove verranno spostati non c'è il negozietto, la parrucchiera, la palestra, ecc. come se andare al lavoro fosse andare fare le "vasche" per negozi e per divertimento. Guardo fuori dalla finestra, metaforicamente parlando, e vedo aziende in difficoltà che non pagano stipendi, aziende che chiudono con i lavoratori che fanno i picchetti per protesta perché messi per strada, vedo disoccupati disposti a tutto per una giornata di lavoro ma vengono scalzati dal nepotismo. Poi riguardo coloro che si lamentano per un cambio di sede, ingrati dello stipendio quasi garantito che hanno ogni mese che non conta nulla, contano di più la parrucchiera e la palestra a portata di mano, tutto per costoro è dovuto lo stipendio, il poco lavoro, le comodità a portata di mano (ancor meglio se a discapito del lavoro). Insomma per farla breve i lavoratori italiani oggi hanno solo diritti, comodità e agevolazioni e nessun dovere. Sarà vero?
La mia realtà dice tutt'altro, ringrazio di avere un lavoro con uno stipendio regolare, e per averlo ho scelto per la seconda volta di andarmene dalla mia città natale per non restare e rischiare di prendere mezzi stipendi se non addirittura non prenderli proprio; faccio fronte con grande fatica alle spese necessarie arrivando sempre al limite del rosso in banca, selezionando ogni giorno l'esborso economico a fronte dell'effettiva necessità. Ogni mattina da lunedì al venerdì mi alzo per andare al lavoro e fare la mia parte, sapendo di fare solo il mio dovere, dove nessuno mi regala lo stipendio solo perché ho passato un pezzo di plastica in un apparecchio elettronico. Cerco di essere responsabile nella mia giornata lavorativa per essere a posto con la mia coscienza per poter a fine mese, essere fiero di quanto mi pagano e sereno per poter far fronte alle spese, nonostante i sacrifici.
Per tanto non credo possa esistere un lavoro diverso per gli altri, ognuno lo stipendio se lo deve guadagnare, non viene certamente regalato, ed ognuno dovrebbe aver la coscienza di lavorare per il giusto e non distogliersi dalle proprie responsabilità per farsi gli affari propri, se poi sento anche lamentarsi per qualche km in più di strada, piuttosto del fatto che non ci sia la parrucchiera, bhe concedetemi di indignarmi per questo e non certo per la finanziaria sulla quale non ci posso fare proprio niente (decidono altri per noi, è stato e sarà sempre così). Concedetemi lo sdegno e la perdita di rispetto per coloro che ingordi e pigri vogliono tutto e non danno o non fanno nulla per meritarselo.
Il momento storico per la società italiana è particolarmente delicato, occorre un po' umiltà e autocoscienza per poter sostenere la cultura, l'economia e la dignità dell'essere italiani. Facciamo sempre gli splendidi quando ci rapportiamo al resto del mondo, ma siamo solo degli sciocchi che si stanno portando al livello di un paese del terzo mondo, e non per colpa della finanziaria, ma per colpa di una popolazione, pigra, bolsa e avida di denaro e comodità delle quali può fare a meno. Confido che la paura della povertà e l'umiliazione di essere etichettati come pezzenti risvegli questo paese intorpidito dal mito del sovraconsumismo gratuito, che non esiste tutto è da pagare anche se tra sei mesi o a piccole rate, tutto paghiamo spendendo oltre quanto ci si possa permettere. Ingordi e pigri non fate il bene del paese e delle aziende in cui siete, smettetela di avvelenare tutto con quel vostro egocentrismo smodato e mettetevi a disposizione delle vostre famiglie, delle vostre aziende e del vostro paese, ritrovando e riproponendo dignità e valori per voi stessi e per tutti.

giovedì, febbraio 03, 2011

Sublimando & Subliminando

Anno 2011 siamo da un decennio nel terzo millennio. Della storia che ho studiato ricordo molto poco lo ammetto, ma è anche vero che con il bombardamento mediatico a cui siamo sottoposti, non c'è bisogno di ricordare, ci ricordano gli altri gli eventi del passato. In questo terzo millennio oramai ho la sensazione di vivere l'esistenza che altri mi impongono a suon di slogan che cantano il meglio di me, di promesse quantomeno farlocche, di mode e consuetudini d'avanguardia proprio perché siamo nel futuro... Beh mi sono bello che stufato di accettare questa realtà che è palesemente obliante! La storia pare che sia un evento da gossip più che un momento storico che ci dovrebbe ricordare/insegnare qualcosa, un momento di vanagloria per poter dire "sono stato bravo ho reso memoria" peccato che tutto venga distorto; sia ben chiaro non è che parlo della storia quella importante come qualche evento tragico di cronaca nera, o un evento bellico di portata mondiale o la liberazione da una oppressione o di un evento catastrofico, parlo della storia che fa comodo a chi ce la racconta. Il concetto è di per se un po' elaborato ma provo a rendervi partecipi in qualche modo.
Nel mio percorso scolastico ho avuto occasione di studiare la storia negli usi e costumi dei vari periodi più importanti, ed in parallelo anche le arti figurative più o meno sempre per gli stessi periodi. Bene premesso che all'epoca ero una giovane mente scevra da inquinamenti politici e dai preconcetti sociali, ho assimilato dei principi di espressione visiva e dei concetti sociali che mi fanno oggi pensare di essere preso in giro da chi ha, diciamo, forza ed espansione di comunicazione. Più mi guardo attorno e più mi sembra di vivere in un giornale patinato, si perché vedo una desolante popolazione fotocopia in mezzo alla quale ben pochi si distinguono e per lo più per questioni non eccellenti; tutti vestiti come suggerisce "la moda", tutti a rincorrere canoni di estetica, tutti a stare al passo con strumenti tecnologici d'avanguardia, tutti a vivere una vita omogeneizzata... I sistemi di comunicazione odierni sono stati monopolizzati dagli studi di marketing e sociologici, che hanno instaurato un regime tale da avere il controllo delle masse sfruttando un vecchio concetto degli anni 80 impiegato nel cinema, ovvero la subliminazione. Già attraverso meccanismi che superano il conscio e si radicano nell'inconscio si può ottenere il condizionamento delle persone su cui si va ad intervenire, e in questi ultimi 10 anni devo dire che chi ha usato questo strumento è stato davvero molto bravo, ma davvero tanto. Attraverso i canali più disparati sono riusciti a mettere mano su ogni categoria merceologica dalla quale ognuno di noi può attingere, mettendo a frutto quello che più banalmente viene chiamata pubblicità. Si perché tra aspetti pubblicitari, mezzi di informazione di varia natura culturale e istituzionale, hanno drogato la popolazione che fa sempre più fatica a ragionare con la propria testa perché viene bombardata ogni momento da "qualcosa" che li induce a fare e pensare le cose in un certo modo. Vi facciamo un esempio: io sono una persona che fisicamente è fuori dalla media nazionale e di conseguenza sono obbligato a ricerche estenuanti per quanto concerne l'abbigliamento, sono obbligato a valutare ambienti in cui inserirmi (aerei, treni, auto, tavoli nei locali pubblici, ecc.) da un punto di vista più dimensionale; bene la conclusione è che non posso vestire come gli altri, non sono comodo negli ambienti dove comunemente stanno gli altri, e mi rendo conto di essere costantemente fuori dalla portata di un sacco di cose; stessa cosa potrebbe accadere con chi ha delle allergie e/o intolleranze alimentari gravi. Per questo mi ritrovo a dover guardare oltre ogni cosa e mi sono reso conto che nella media nazionale tutti sono omologati a quanto propone il mercato che sia dell'abbigliamento, dell'alimentazione, della mobilità, della comunicatività... tutti chi più chi meno si allineano con quanto si trova a portata di mano che sia accessibile o meno (facendo poi conti con i debiti). Come vi dicevo inizialmente nel mio corso di studi ho seguito anche la comunicazione visiva, dove mi venne insegnato che in questa arte/pratica occorre raggiungere lo scopo di comunicare un qualcosa in modo pratico diretto, adottanto tutta una serie di accorgimenti che possano agevolare l'interazione con i vari soggetti: bene oggi questa pratica ha superato il limite! Guardatevi attentamente intorno, dentro casa, in auto, a scuola, in palestra, per strada e nei locali che frequentate per la maggiore. Cosa vedete? Io vedo molto di uguale e monotono e poco di distintivo e significativo, le differenze stanno solo nei prezzi in conclusione.
Le persone sono anonime, si distinguano solo negli eccessi caratteriali o di abbigliamento, le auto sono tutte pressapoco con le medesime linee e dimensioni, i locali si sono più o meno tutti uniformati a ben vedere almeno per categoria e per tipologia di frequentazione, nei supermercati tutti i prodotti si assomigliano e cambiano per la confezione ed i colori ma alla fine è sempre la stessa roba, e la roba che ti vendono loro e non quella in particolare che cerchi tu; in tv i programmi oramai sono contenitori preconfezionati che ci vengono propinati di stagione in stagione con lievi cambiamenti per mantenere un minimo l'attenzione e l'audience... Insomma la comunicazione visiva  subliminale ha fatto si che ci fosse una enorme stereotipazione dei soggetti, negli usi, nei costumi e nella cultura, nei consumi. Qualcuno potrà obbiettare che non è così: potrei anche concordare peccato però che a ben vedere i programmi televisivi di un certo livello sono oltre le 23.00, quando va bene, altrimenti ancora più tardi ovvero quando è oramai ora di andare a dormire, i negozi per alimenti stanno quasi scomparendo, varietà di compagnie telefoniche ci sono, ma alcune fanno le stesse tariffe e promozioni, i vestiti cambiano, ma fino ad un certo punto, cambia giusto il nome e modo di esprimere la taglia.
Ho volutamente omesso la tecnologia, strumento attraverso il quale vi scrivo... perché vorrei che ci rifletteste per conto vostro rispondendo a questa domanda: quanto della tecnologia che vi circonda è oggettivamente necessaria nella vostra vita, considerando il cambio generazionale che ha ossia all'incirca ogni 4 mesi di proposte sul mercato e circa 8 mesi nel vostro acquisto o utilizzo?

In conclusione personalmente ritengo che ormai siamo schiavi di quello che ci viene propinato; la falsa idea che abbiamo della libertà di sceltà è  per me solo una chimera creata per darci l'illusione di non essere dei burattini. Che sia politica, salute, alimentazione, tecnologia, connettività, comunicazione, qualità della vita, condizione lavorativa... tutto è soggetto a subliminazione e non possiamo esimerci dal subirla passivamente. Potrà sembrare desolante ma dal mio punto di vista è così!

sabato, dicembre 11, 2010

Il saluto: significante o insignificante...

Non ci avevo mai pensato ma una delle consuetudini di cui facciamo uso, negli ultimi tempi si è modificato, o quanto meno non lo si percepisce più come prima: il saluto. Un gesto o una parola con la quale si comunica, si dialoga, si scambia insieme alle altre persone. Sul posto di lavoro, ma anche nella vita sociale il saluto ha perso quasi la sua valenza di relazione e apertura tra le persone, sembra essere divenuta una banale consuetudine, scontata, inflazionata quasi al punto di non essere più parte di noi, risultando forse solo un gesto meccanico reiterato senza valenze. In taluni contesti più che in altri il saluto viene meno, soprattutto sul posto di lavoro dove molto spesso si incrociano i colleghi che per quanto conosciuti o meno (a seconda della dimensione dell'azienda) quasi non ci si saluta, se non con un risicato e veloce “ciao” o con un lieve cenno; al di fuori del lavoro invece, quasi con timore e vergogna le persone vagamente conosciute si salutano con un insipido, e per me inadeguato, “salve” mentre le persone conosciute si salutano velocemente o meccanicamente. Questa quanto meno è l'impressione che se ne potrebbe avere.
Personalmente non saprei dire l'origine del saluto, ma di certo è un motto sociale che rompe la distanza e introduce lo scambio, inoltre per come me li ricordo il “buongiorno, buon pomeriggio, buona sera e buona notte” hanno un certo fascino, non solo sono dei saluti ma anche degli auguri e dimostrazione di attenzione verso gli altri, che per quanto semplici, potrebbero ben disporre a instaurare un rapporto seppur di breve durata se non di “abbellire” la separazione, piuttosto che lasciare quell'insipida distanza che crea indifferenza, se non diffidenza e in alcuni casi addirittura timore.
Ricordo quando mi si diceva che per rispetto i più giovani devono salutare le persone più grandi di età, e con modi appropriati: ovvero mai con un ciao e possibilmente evitando il salve. Oggi non solo non vengo salutato da chi è più giovane, ma quando capita a volte con troppa superficialità e irriverenza sentendo la forzatura della cosa... di per se non è che ne faccia una questione di principio, ma di certo trovo sgradevole non scambiare un saluto, ritengo che abbruttisca l'esistenza delle persone a non avere un minimo di rapporto, in fondo fosse anche un solo saluto in tutta la giornata, potrebbe rendere tutto più digeribile e meno apatico per non dire meno alienante.
In altri ambiti sociali invece il saluto assume addirittura una simbologia definendo anche in alcuni casi una casta, un gruppo sociale chiuso o un modo di tenere fuori il resto dell'umanità con la quale non ci si vuole rapportare; ad esempio alcuni gruppi come gli skaters, oppure i rapper o gruppi simili hanno dei saluti convenzionati diversi dai soliti, e in taluni casi talmente elaborati che restringono il gruppo di appartenenza, lo definiscono e lo circoscrivono escludendo tutto il resto, creando una distanza e una presa di posizione quasi a mettere in difficoltà la controparte, e in alcuni casi pure a mettere in imbarazzo per prendere vantaggio sul prosieguo dell'eventuale scambio. Forse solo più in quei contesti di distinzione e definizione dei ruoli e dei gruppi prende ancora una valenza, ma tolti gli ambienti militari o di casta, dove ha una valenza gerarchica e di riconoscimento, molte volte il saluto diviene un motto ruffiano dove si saluta il capo ufficio e non i subalterni, oppure il personaggio di rilievo ma non la comune persona.
Se mi soffermo a pensare al saluto, mi viene sempre in mente una sola immagine: due viandanti che procedono su direzioni opposte ma sulla medesima via che si incrociano e seppure non si conoscano appena sono a portata di voce si salutano, a voler dimostrare rispetto e la volontà di condividere la condizione di viaggiatori cercando conforto e aprendosi a uno scambio di informazioni utili perché no anche al viaggio stesso, se non addirittura, augurando qualcosa di buono, soprattutto nel saluto di separazione. Rivedendo alcuni momenti della giornata ci si può rendere conto che il saluto invece cade nel vuoto... inascoltato o ancor peggio non raccolto per totale indifferenza e distacco, situazioni sulle quali a ripensarci danno un senso di tristezza e abbandono.
Tenacemente non mi arrendo, pur capitando spesso di non essere quasi ricambiato nel saluto o per niente salutato, io insisto a salutare con lo spirito dell'augurio e dell'apertura: mi fa sentire meno solo e soprattutto mi permette di avere una migliore relazione con gli altri. Forse questa mia visione e interpretazione del gesto di questi tempi potrebbe non essere condiviso, ma la continua alienazione nella comunicazione verbale, pur non sembrando, ho la netta impressione che stia portandoci verso una modificazione della percezione del comune senso di espressione; seppur sia un gesto o una parola di poco conto, in realtà nasconde e produce molto: il saluto non è solo una scambio sociale convenzionale, è certamente un messaggio di interazione tanto semplice quanto forte ma svalutato. Alcune esperienze sul saluto aiuterebbero a far comprendere che aprirsi agli altri conosciuti o meno che possano essere è un gesto di tolleranza, di disponibilità e di attenzione, cose oggi che parrebbero scomparse o negativamente sottovalutate.
Nel mio viandare mai ho negato un saluto, sempre rispettoso e attento per ogni potenziale interlocutore, che fosse verbale piuttosto che scritto, già perché anche nella relazione scritta oggi con gli strumenti moderni di comunicazione si sta osservando una lenta e durevole modificazione e alienazione della capacità di relazione di base, cosa che un tempo era più facile e abbordabile. Al contempo invece quando il saluto viene utilizzato intenzionalmente assume tratti che sembrano più sprezzanti e ironici se non fintamente superficiali e stucchevoli di quanto dovrebbero essere...
Comunque sia il saluto non è il solo ad aver perso il suo fascino e la sua valenza, molte altri mezzi relazionarsi stanno degenerando su distanti meccaniche e insignificanti rituali senza peso valore, quando invece sarebbe opportuno ritrovare quella interazione sociale più calda e umana.

mercoledì, giugno 09, 2010

Visual Scape & Video Scape

Può sembrare strano come libri di trent'anni fa siano ancora attuali, ma a ben pensarci non lo è poi così tanto. Se ci si riflette a dovere capita spesso di dire che si vivono dei ricorsi storici, che siano legati a fatti economici piuttosto che politici, ma vale molto di più per gli aspetti sociologici. Il libro che mi ha fatto pensare all'attualità dei suoi contenuti è una trattato sugli effetti sociali dei visual-scape piuttosto che dei video-scape ovvero di quei mezzi ad impatto audiovisivo a cui ognuno di noi è sottoposto. Pur inconsapevolmente ogni momento della nostra giornata, ed ogni giorno della settimana, mese, stagione anno siamo inseriti in un contesto sociale-visuale che già si palesava 30 anni fa. Facendo il debito confronto forse i mezzi erano diversi, o per meglio dire meno sofisticati, ma resta il fatto che a partire dalla fine degli anni '70 le società urbane  e sub-urbane hanno cominciato a riempirsi di mezzi di comunicazione prima visiva e poi anche uditiva che propongono modelli di vita sempre più globalizzanti e conformanti, portando ognuno di noi, si perché nemmeno io che ne scrivo non ne sono esente, ad assimilare costumi e abitudini sociali che ci rendono fotocopie uni degli altri. Seppur si tenti di trovare un proprio carattere e un proprio stile, i visual-scape ed i video-scape sono più potenti delle nostre identità personali. A volere essere integerrimi e mantenersi con peculiarità proprie i rischi che si corrono sono notevoli e potrebbero portare ad un invisibile isolamento sociale; a voler fare cose diverse alla lunga si potrebbe restare da soli, a volere vestire in un certo modo, ci si troverebbe in molti frangenti quotidiani a restare a disagio o creare imbarazzo per quello che si potrebbe definire eccentricità nell'abbigliarsi, e l'elenco potrebbe continuare a trovare ogni situazione, occasione di essere indipendenti rispetto a quello che socialmente va per la maggiore. Ma non c'è da preoccuparsi, in fondo sono le mode (o per meglio dire i colossi dell'abbigliamento e non solo) che ci corrono in aiuto[?] proponendo sul mercato pubblicità, riviste, film, personaggio televisivi che si vestono in un certo modo, ritrovando poi la stessa tipologia di indumenti nei vari negozi più o meno "in", così come anche nei supermercati i prodotti alimentari stanno raggiungendo un basso livello di uniformazione proponendo solo più determinate tipologie di cibo, o ancora non temete c'è sempre chi vi dice come comunicare, quando e dove senza che vi poniate voi il problema. Ed è a questo punto che inconsapevoli siamo entrati nel meccanismo che tutto ciò che vediamo sia a livello commerciale, che architettonico, che di "dressing" lo prendiamo per buono, credendo di avere delle alternative, ma che si rivelano solo palliativi di scelte condizionate ed obbligate.
Le città si sviluppano esteticamente, commercialmente, economicamente e socialmente in funzione di quelli che periodicamente i mass-mediologi propongono come miglior prospettiva ed aspettativa del momento grazie anche all'aiuto di strumenti, i video-scape, di cui ci circondano e che gli analisti di marketing studiano sulla base delle nostre reazioni e interazioni: sarebbe bene non sottovalutare più questi strumenti, mentre 30 anni fa erano dei semplici monitor-video agli angoli delle strade, o nei primi avveniristici supermercati, oggi ce li ritroviamo ovunque, nei bar, nelle sale di attesa, sulla metropolitana e non meno importante ma sicuramente non considerato oggi, anche internet con tutti i suoi socialnetwork, passatempi, siti a tema, ecc. ecc. che ci bombardano ad ogni occasione con quello che magari non ci serve, ma che ci convinceremo un domani ci servirà. E pur volendo rimanere qualche passo indietro, non lo potremo più fare altrimenti non saremo a sufficienza informati, non avremo nozioni di dialogo, per quanto superficiali possano essere i dialoghi odierni, non avremo voce in capitolo non sapendo bene di cosa si stia parlando solo perché non ci si è voluti uniformare. L'aspetto forse più triste che anche a volerlo fare a tutti i costi, si corre il pericolo di non essere nemmeno ascoltati come anticonformisti, come rivoluzionari, o come semplice voce fuori dal coro ma di essere semplicemente considerati come "pezzi da museo" e retrogradi. I mezzi persuasivi ormai sono dietro ogni angolo e sotto ogni pietra anche se non ce ne rendiamo conto; seppur abbiamo la sensazione di avere delle alternative, ho compreso a mie spese che sono alternative controllate e mediate sempre in qualche modo. Devo dare ragione al mio professore di disegno quando mi diceva: " ricordati che non esistono idee nuove, ma solo idee innovative; qualsiasi cosa pensiamo di fare come mai è stato fatto in realtà stiamo applicando solo una modifica, reinventiamo quanto abbiamo già visto, assimilato, ascoltato da cose da altri fatte, dette, suonate in precedenza". Ed è così, altrimenti saremmo tutti milionari con brevetti per ogni cosa, saremmo tutti geni matematici, fisici o massimi esperti in qualsiasi altro campo... In sostanza siamo il prodotto della società che ci circonda e nulla più, crescendo e maturando attraverso esperienze che altri possono averci messo in condizione di scegliere di fare, ma non mi dilungo su tale questione che si rischia di sconfinare sul concetto di libero arbitrio (magari tema del post successivo). Dunque concludo suggerendovi di iniziare a rivalutare ogni cosa vi si ponga davanti agli occhi e cominciare a guardare, se non addirittura osservare con mente più aperta possibile e meno conforme ai canoni della quotidianità di questo terzo millennio che stiamo vivendo e magari pensando di non essere troppo dissimili  o migliori di coloro che vivevano la quotidianità di 30/40 anni prima.

domenica, marzo 14, 2010

Le Nuove Agorà

L'uomo si definisce "un animale sociale" ed in effetti tende a raggrupparsi, a creare delle collettività in ogni ambito in cui viene a trovarsi, per lavoro, per divertimento, per affetto, ecc. Un tempo i ritrovi erano quelli di comune interesse e di comune passaggio, creando così le famose agorà, ovvero le piazze. In questi luoghi venivano organizzate ogni sorta di attività, dal mercato alla manifestazione, dalle feste ai comizi; con cadenze regolari nelle piazze ci si ritrovava e ci si riversava per stare con gli altri e condividere, scambiare, vedere gente, o incrociare il cammino di qualcuno, scambiando opinioni, parlando e portando ognuno le proprie esperienze e le proprie mercanzie, barattando, contrattando, imparando nuove cose o scoprendo nuovi alimenti e nuove culture. Oggi le cose non sono troppo diverse, ma certamente non sono assimilabili a quelle di 30 anni fa, piuttosto che di 100 anni fa. Oggi le piazze sono quasi in disuso per diversi motivi: primo perché sono sempre più piccole o soffocate da troppi palazzi adiacenti, oltre che dal traffico che ci gira in torno, e perché sono all'aperto ed in ogni periodo dell'anno c'è sempre il brutto tempo che dissuade dall'andare a prendere pioggia, vento, caldo, neve... ed in secondo luogo sono cresciuti i pagliativi di questi ritrovi pubblici, con l'incombere della globalizzazione e del consumismo, non smettono di proliferare i centri commerciali, gli outlet, i centri polifunzionali dove non manca quasi più nulla. Queste nuove agorà sono delle città nelle città, e sono certo che da qualche parte nel mondo esistano centri commerciali dove si possa anche andare a dormire, si perché esistono già dei centri di raduno e smistamento della gente come gli aeroporti che al loro interno hanno davvero tutto, cinema, ristoranti, alberghi, solarium, palestre, chi più ne ha più ne metta. Le nuove piazze hanno soppiantato quelle vecchie, utilizzate solo più da giovani che non hanno modo di allontanarsi troppo, come gli anziani d'altronde.
Nelle nuove agorà le persone ci vanno perché ci devono andare o perché non hanno alternative? Dal mio punto di vista riprendendo dal post precedente non hanno alternative, perché subliminati dalle consuetudini che dicono che ci devi andare altrimenti non sei come gli altri, ci devi andare perché ti dicono che ti è comodo, ci devi andare per non sentirti isolato nei discorsi e nei confronti con gli altri. Le nuove piazze sono delle concentrazioni di persone che sono portate a consumare, niente in particolare, l'importante e che consumino: cibo, vestiti, tecnologia, servizi, e quanto vi possa venire in mente.
Io ricordo ancora quando al paese mio c'era "il guardiano delle piazza" che non era uno di quelli che vivevano in una casa che ci si affacciava, era uno di noi che la frequentavamo, di qualche anno più grande: stava lì sempre potevi passare a qualsiasi ora dalle 15.00 in poi sino alle 3.00 di notte e ce lo trovavi. Nessuno sapeva come era possibile ma era così, perché lui sapeva sempre chi era passato e chi no, di chi era passato sapeva quando e con chi; quella piazza aveva una vita e mai, dico veramente mai era vuota sempre qualcuno c'era e non mi riferisco a qualcuno di passaggio, c'era sempre qualcuno che ci stava abitualmente per un motivo o per l'altro. Nelle nuove agorà tutti ci vanno ma nessuno resta, anche perché c'è talmente tanta gente che non sai mai chi ci trovi e se c'è o meno, fai quello che devi fare e te ne vai ed a volte non incontri nessuno a meno di non averci preso appuntamento. o aver fatto qualche telefonata di richiamo. Nelle nuove agorà ci puoi passare tutto il giorno, tutti i giorni, ma non è sicuro che ti passerà davanti qualcuno che tu conosci, sia per il fatto che sono talmente immense oramai che in alcune ci si perde, che sia un centro commerciale o un aeroporto, una stazione ferroviaria (di una grande città), un outlet... a confronto le vecchie piazze sono nulla come dimensione ed estensione. 

Insomma sono luoghi di ritrovo ma anche di dispersione, anzichè consentire l'aggrazione e l'incontro portanto al "vagolio" più o meno sincopato in luoghi delimitati dove si possono passare ore senza incrociare nessuno di conosciuto ed i rapporti sono inesistenti tolti quelli legati all'erogazione del servizio o alla loro fruizione. Nelle piazze oggi ben poco si vede, e solo in momenti particolari e sempre più sporadici, a meno di non andare a vivere nelle periferie che abbiano ancora una forte connotazione rurale, allora forse si può rivedere e rivivere il vecchio sapore del luogo del ritrovo per eccellenza, altrimenti oggi la fanno da padrone dei centri prefabbricati dove ci si ritrova e mai per più di un paio d'ore a meno di non fare shopping sfrenato e incondizionato.
Come spesso penso e temo, il terzo millennio con tutto il suo sviluppo e civilizzazione sta portando alla disgregazione e disunione della collettività creando sempre più elementi di separazione e allontanamento, proponendo sempre più dei modelli di vita che isolano l'individuo che per puro istinto approfitta di quanto gli viene proposto per tentare di ricreare una collettività della quale però non si sente così tanto partecipe.
15 anni fa ricordo che dove abitavo io esistevano i popolini di due piazze che erano in contrapoosizione: quella di sopra alla chiesa e quella di sotto del mercato raggiungibile scendo una rampa di scale di 25 gradini dove ci si radunavano gruppi diversi divisi per gerarchie predefinite; quelli che andavano alla piazza di sopra erano quelli normali dove poi tra questi c'erano i vari gruppetti (una sera sono riuscito a contare 89 persone e tutte si conoscevano), mentre quelli strani stavano nella piazza di sotto ed anche lì c'erano 4 sottogruppi come minimo (e anche loro al massimo della densità potevano essere una sessantina di persone), ma la cosa più confortante e che tra quelli di sopra e quelli di sotto c'erano altri che andavano e venivano perché conoscevano tutti e stavano con tutti. Oggi se andassi al centro commerciale più vicino a casa, forse riuscirei a incrociare si è no 5 persone che conosco.
Mi sale la tristezza se penso a quando vivevo la piazza e vivevo con le persone che facevano altrettanto, pur volendo sono quasi certo che se mi metto in una piazza, oggi, da solo non riuscirei mai a trovare la fiducia di qualcuno per fermarlo e passarci qualche ora senza spendere una lira, e divertirmi, o imparando o condividendo... ma non escludo che possa iniziare a fare "la voce nel deserto" e mettermi in pianta stabile per vedere come reagisce la gente, specie nel tentativo di trattenerla per chiacchierare: fosse poi vero che succede qualcosa?