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mercoledì, marzo 04, 2015

Un Pomeriggio in Archivio

Non manca mai nel giro delle proprie conoscenze qualcuno che faccia un lavoro interessante, o affascinante, o che lavori in qualche sede particolare: ebbene tra le mie ultime conoscenze di questi anni c'è Silvy che risponde ad almeno un paio dei requisiti sopra esposti ovvero fa un lavoro interessante e lo fa in uno degli edifici con il contenuto, più affascinante almeno per me: l'Archivio Storico della Città di Torino. Non vi annoierò facendovi l'elenco dei metri quadri di archivio, delle centinaia di miglia di documenti che raccoglie, vi basterà cliccare sul link precedente o andare alla omonima pagina facebook.
In questa sede volevo solo condividere con voi, quelle poche ore che ho trascorso all'interno dell'Archivio qualche mese fa, accompagnato per l'appunto dalla mia amica, che ha saputo anche trasmettere il proprio orgoglio ed entusiasmo per questa istituzione. 
Già il fatto di scoprire che è un archivio accessibile e che molti dei documenti sono consultabili, ha dato uno schiaffo bello sonoro alla mia ignoranza, già perché ero convinto che non fosse aperto al pubblico, inoltre visto quanto mi raccontava la mia amica, l'esitenza di questo archivio conferma di fatto che i documenti, di qualsiasi genere, non devono andare persi né dimenticati; è quindi grazie al lavoro degli archivisti e degli appassionati (con le loro collezioni) che può esistere un posto della memoria come questo. In quel breve lasso di tempo che ho trascorso in quegli ambienti, devo confessare che ero elettrizzato ed eccitato al solo pensiero della presenza di documenti, libri, codici e qualsiasi altro mezzo di mantenimento delle parole e delle immagini conservati da anni, per non dire secoli e che erano lì all'interno. Il piccolo tour personale mi ha permesso di farmi un'idea ben definita del fatto che la storia non solo insegna ma è il mezzo per la memoria di mettere a disposizione il passato, il presente ed il futuro di una città, di una società e di una cultura intera.
Così mi sono goduto parte dell'esposizione della collezione Simeom, la farmacia omeopatica, ma non ho potuto invece mettere piede nel gabinetto di legatoria e restauro che mi avrebbero certamente entusiasmato oltre che riacceso un po' di malinconica, vista la mia passione per l'editoria, riportandomi al periodo del mio percorso scolastico e soprattutto della stage alla legatoria comunale di Torino che era sita  tra via Milano e via Garibaldi. L'atmosfera di ogni ambiente era immobile, silente come fossero senza tempo a riprova del fatto che là i documenti storici più o meno recenti, fissano e determinano eventi, edifici, culture, usi e costumi di ogni tempo non considerando lo scorrere dei secondi, dei giorni, degli anni...
Per quanto possa sembrare banale, e per me non lo è stato, questa visita occasionale per il momento unica è stata ricca di fascino e interesse, specie perché condivisa con la passione della mia amica per il suo lavoro; esperienza che potrebbe dunque ripetersi, magari per qualche ricerca futura sulla mia città o qualche zona limitrofa.
Consiglio vivamente a chi è interessato alla storia della città di Torino di passare anche fosse solo per trovare le migliori pubblicazioni al book shop che c'è all'interno e farsi trasportare nella storia della Città.

martedì, dicembre 09, 2014

La Danza dello Strillone

Strillone di ieri e di oggi
C'era un tempo in cui nel mondo dell'editoria esistevano un sacco di figure lavorative che contribuivano alla diffusione delle notizie, dei giornali quotidiani, delle pubblicazioni più interessanti. Uno di questi mestieri era quello dello "strillone" ovvero colui che, per mestiere, vendeva giornali per le strade o in luoghi pubblici annunciando ad alta voce le notizie più interessanti. Ebbene questo ruolo oggi non esiste più o quasi, almeno in italia. Progressivamente il ruolo è stato soppiantato dalla locandine gialle su cui vengono riportati i titoli e/o la notizia più accattivante per invogliare il pubblico ad accedere all'edicola o al giornalaio per comprare una copia del quotidiano, ma anche questo strumento, oggi è in disuso a causa del proliferare delle "notifiche" virtuali che raggiungono i media elettronici molto diffusi ed in mano a tutti. Ma a ben pensarci, non è del tutto vero. Se ci penso bene mi vengono in mente due tipi di lavoratori che ancora fanno rivivere almeno in parte la figura dello "strillone".

La prima è quella degli omini posti agli incroci ed ai semafori tra le 00:00 e le 9:00 che zigzagando tra il traffico e cercando di non farsi investire dalle auto si adoperano per vendere ai trafelati automobilisti le prime edizioni dei quotidiani stampati nella notte; oramai questi personaggi sono tutti per lo più extracomunitari che cercano di sbarcare il lunario, visto che gli italiani snobbano ogni tipo di lavoro che non sia ad una scrivania. L'altra figura invece è relativa ai ragazzi e ragazze che si prestano (spero retribuiti in qualche modo) a fare distribuzione delle copie dei nuovi media definiti come free press, che vengono distribuiti per lo più agli accessi delle metropolitane e/o ai capolinea dei mezzi pubblici di terra. Ognuno di loro con in braccio una risma di giornaletti sottopone più o meno attivamente le copie ai passanti cercando di aumentare la diffusione del free press con i relativi contenuti.

Entrambe le figure che ho descritto non sono certo lavori facili, vuoi per il posizionamento, vuoi per il rischio di essere travolti dalla folla uscente in massa dalle metro o dalla fiumana di auto che sfrecciano sulle strade ai semafori, a ben vedere non tutti sarebbero capaci di fare questo mestiere, perché richiede una buona dose di pazienza, una grande capacità di rendersi affabili e degni di fiducia al primo colpo d'occhio, per far accogliere la propria azione di distribuzione. Ogni giorno ci sono moltissime persone che danzano sulla strada e davanti alle stazioni delle metro, piroettano di qua e di là, stendono un braccio in alto e in basso per lasciar passare dalla propria mano a quelle del passante un giornale con delle informazioni, delle pubblicità, delle notizie e perché no anche anche delle intenzioni; ballano a destra ed a sinistra, nella speranza di compiere al meglio il proprio "lavoro" oggi non adeguatamente compreso: ovvero elargire chi gratis e chi no l'informazione scritta e ponderata. 

Personalmente mi ci sono riavvicinato grazie ad una idea interessante di un free press, #MiTomorrow, che riporta le notizie del giorno dopo, ovvero degli eventi più salienti dei giorni che seguiranno (le notizie del domani), ma soprattutto perché sono stato catturato dall'appeal della strillona di base alla metro/stazione di Garibaldi. Ci passo praticamente tutti i giorni ed ammetto che sono stato calamitato dalla sua capacità "silenziosa" di proporsi; affascinato al punto di essere rimasto una sera, ad osservarla giusto qualche minuto, in lontananza, mentre danzava da una parte all'altra di fronte alle scale dell'accesso della metro, da cui spuntavano i viaggiatori, stendendo il suo braccio con in mano la copia del free press che distribuisce e che si propone in un momento della giornata diverso dal solito, la sera. La "mia strillona" preferita poi ha anche la capacità di riconoscere i clienti diciamo più "fedeli" e fidelizzarne il rapporto, relazionandosi sempre più con essi con piccoli accorgimenti che fan sì di rendere il momento di incontro/scambio un momento tra persone e non tra "fantasmi in fuga". Molti sono quelli che driblano la raggazza del "domani da leggere" ma infaticabile lei prosegue, gioendo per le occasioni in cui riesce a concedere il free press ai passanti, elargendo il giornale ed un sorriso. 

Ormai per me, è un appuntamento d'obbligo quando sono a Milano, non tanto per la lettura che mi si propone che è spesso d'interesse, ma quanto per il momento in cui prendo il giornaletto, seguito da un sorriso ed un saluto non scontato, che creano così  insieme al piacevole volto della "strillona" il momento migliore della mia giornata lavorativa.

martedì, novembre 25, 2014

Under Pressure

No non è il titolo della più che famosa canzone dei Queen, è' la condizione in cui negli ultimi 10 mesi mi sono trovato.
In più di un occasione ho denotato che il lavoro a volte disumanizza troppo le persone specie di questi tempi in cui il lavoro scarseggia sia nella sua accezione di chi è impiegato e ancor di più nell'accezione di chi lo cerca. Cerco sempre di non lamentarmi e di non lasciar trapelare troppo di quelli che sono gli eventuali disagi, fastidi, difficoltà che vivo durante le mie giornate lavorative, ciò non toglie che ci siano e che abbiano un peso anche per me.
Nel corso degli ultimi 2 anni mi ero posto un obbiettivo minimo e che solo in parte sono riuscito a raggiungere. Non amo vivere alla giornata ne tanto meno lavorare senza un lietmotiv comune ai colleghi, ma ultimamente è stato davvero difficile destreggiarsi in mezzo all'apparente confusione che contraddistingue le mie giornate. I motivi sono i più disparati e non certo per colpa dei colleghi incompetenti o dei colleghi cosiddetti antipatici, bensì per via di una troppo mutevole instabilità che contraddistingue tutti gli ambienti di lavoro in cui tutti si annaspa e si tira il carretto (anche se la maggior parte delle volte in direzioni diverse gli uni dagli altri). Si viene così travolti da un ambiente di lavoro che appare sempre più difficile, competitivo e convulso creando distanza tra le persone. Così ogni giorno che passa ci si isola sempre più sulle proprie posizioni, sulle poche convinzioni, sulle minime aspettative e su quelle che si credere essere le "procedure aziendali".
Ho tirato per 16 mesi buoni a testa bassa per contribuire a trovare e indirizzare determinate situazioni al loro efficientamento e consolidamento; insomma ho affrontato diversi "cantieri" di una certa rilevanza per migliorare il mio lavoro e quello dei colleghi per non dire dell'azienda, ma la frustrazione negli ultimi 40 giorni ha avuto il sopravvento. Quattro erano questi cantieri e tali sono rimasti: "cantieri a cielo aperto". In quasi due anni non si è arrivati alla conclusione di nulla. Nonostante l'impegno, la flessibilità, l'apertura più che trasparente al confronto e coinvolgimento nulla si è mosso, tutto è rimasto com'era se non addirittura è peggiorato non avendo più riferimenti adeguati e solidi né in un verso né nell'altro.

Sedici mesi, sotto pressione, tenendo le fila di più situazioni, traccheggiando e puntellando giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese ogni piccola traballante situazione sulla quale non si aveva il debito "controllo" ne tanto meno gli strumenti adatti per la gestione della "cosa". A testa china a tenere botta ad ogni tentativo di istigazione, di polemica su questioni neanche così fondamentalmente significative, prese in considerazione solo perché utili a creare il pretesto a divenire il momento scatenante a rappresentare la pietra dello scandalo. Un lavoro di mediazione continuo, spronando in un verso e calmierando da un altro. Sollecitare da un lato e raffreddare da un altro. Quel che più è stato intenso da sostenere è stato ed è ancora, regolamentare e coadiuvare gli stati d'animo delle persone, sì perché sul posto di lavoro ci sono le persone con i loro pregi ed i loro difetti, i loro problemi dentro e fuori l'ufficio, le loro aspettative e le loro preoccupazioni. Se qualcuno lo sta pensando, sono concorde: non tocca certo a me salvare il mondo! Ciò non toglie che per il "mio" quieto vivere, tra pendolarismo (mannaggia a frenitalia ed i suoi frecciarotta), lavoro e questioni di famiglia, mi prodigo in ogni frangente affinché riesca a cavarmela con la minor rottura di scatole, in senso assoluto parlando, ovvero meglio spendere energie per mediare i rapporti che subirli e farmi frantumare i gioielli di famiglia.

Concludendo tanto ho fatto girare la ruota che tanto si è rotta. Frustrazione a mille per obiettivi mancati e non totalmente raggiunti, insoddisfazione quanto basta per gli scarsi risultati e poco voglia di relazioni. Fortunatamente per me si avvicina sempre più il periodo natalizio, momento nel quale tirerò un po' il fiato per poi chiudere l'anno con gli effettivi consuntivi, che prevedo non saranno dei più rosei e soddisfacenti: vi saprò dire.

venerdì, dicembre 27, 2013

Vigilia di Natale a Superga

24 Dic. 2013 - Superga Avvolta dalle basse nuvole - foto by Romins
Diversamente agli altri anni, quest'anno per la Vigilia di Natale sono tornato a messa. L'occasione propizia non è stata una ricaduta di religiosità, bensì l'opportunità di sentir cantare il Coro Alpette nella Basilica di Superga. Ed è così che come da tempo non facevo dopo la frugale cena del 24 mi sono dato una ripulita e riordinata vestendomi adeguatamente per entrare in una delle tante case de Signore. Visto il tempo uggioso, ho deciso di essere super puntuale ed è così che mi sono avviato ben un' ora e mezza prima per arrivare per tempo, considerando anche il fatto che non essendo mai andato alla Basilica non conoscevo benissimo la strada. così dopo il tratto di strada cittadino mi ritrovo alla base della collina, alla stazione della cremagliera di Sassi, pronto a inerpicarmi per i tornati per raggiungere la mia destinazione. Il caso ha voluto che davanti a me ci fossero altre 2 auto la cui andatura estremamente lenta (ho dovuto inserire ben 10 volte la prima marcia in salita perché eravamo quasi fermi) mi ha fatto pensare che fossero meno pratici di me sul percorso, ma credo invece che fossero più concretamente incapaci di guidare in senso più generale. Comunque sia, seppur a passo di lumaca sono arrivato a destinazione, dove senza fretta ho trovato un parcheggio e spenta l'auto mi sono guardato intorno e mi sono trovato avvolto in un'atmosfera surreale definibile come correttamente a fatto una mia amica giunta più tardi, clima da "Carpazi". Nonostante le luci tentassero di illuminare la Basilica, la nebbia o nuvole basse che fossero avvolgevano e offuscavano tutto il pianoro. L'umidità era tale per cui era impossibile capire se era pioggia o se veramente eravamo avvolti dalla nuvole e quindi costantemente immesi nella sospensione di gocce d'acqua. Il silenzio era rilassante di tanto in tanto rotto dalla voce degli astanti che mano a mano arrivavano per la Messa di Natale. Effetto da film thrilling dove era possibile sentire distintamente le voci ma non capire da dove provenissero tanta era la nebbia che avvolgeva tutto. Stancamente ho girato per il piazzare antistante è circondante la Basilica in attesa dell'arrivo degli utlmi componenti del coro e degli amici sopraggiunti giusti pochi minuti prima dell'inizio della serata canora.
Ed è così che alle 23.30 iniziano i canti introduttivi alla messa utili ad accogliere gli ultimi fedeli in arrivo per la messa. La funzione religiosa ha così inizio puntualmente alle 23.55 introdotta da una delle prime preghiere cantate dal Coro Alpette che poi hanno accompagnato tutta la funzione. Momento particolarmente carico di pathos è stata la discesa del frate cappuccino dall'altare diretto verso il presepe dopo ha svelato il "Bambino Gesù" ormai giunto tra noi. La funzione è scivolata via veloce e senza troppo tedio, fortunatamente per me, visto e considerato che non sono mai stato un amante di questa funzione, ma ciò nonostante mi sono preso la libertà di rivolgere una confusa preghiera a nostro Signore perché si prendesse cura delle persone malate in generale ma anche nello specifico quelle, diciamo, più o meno vicine a me. La preghiera è stata una semplice richiesta per sollevare dal dolore fisico e morale queste persone per permettergli una vita migliore per se e per i loro parenti più vicini. Non so se sarò ascoltato, da cattivo fedele e praticante delle religione forse la mia preghiera non è stata così convincente ed accorata, ma un pensiero buono rivolto agli altri mi sembra l'unica cosa sensata da fare dentro una chiesa. E così che al termine della Santa Messa i fedeli si sono dispersi sotto le note delle ultime canzoni natalizie proposte dal Coro Alpette.

domenica, luglio 14, 2013

Troppo da Dire

In questi ultimi mesi le cose che avrei potuto scrivere, raccontare, condividere erano molte ed altre ancora ne avrei, ma per chissà quale strano motivo non escono dalla testa e dal cuore. Non sono mancate le occasioni nelle quali avrei potuto sedermi davanti al mio computer e mettermi a scrivere, però il mio senso di riservatezza e la costante sensazione di incomprensione mi hanno tenuto lontano da questo blog. Un tempo avrei millantato una chiusura, una sospensione ma col passare degli anni e della maturazione tecnologica unitamente alle esperienze precedente, mia hanno portato solo al prolungato silenzio.
Da quando sono tornato a casa ed iniziata la nuova geografica esperienza lavorativa non sono mancati gli eventi personali e lavorativi di cui avrei potuto raccontarvi qualcosa: i nuovi colleghi, le vecchie amicizie ritrovate, le serate o momenti di ritrovo nei fine settimana, senza poi considerare anche l'aspetto della salute che sto monitorando in tempi dilatati e prolungati in questi mesi. Ciononostante non c'era l'ispirazione, il piacere e la volontà di essere qui a scriverlo e condividerlo. Mi sono limitato a poche cose forse il giusto per non dare il senso di abbandono di questo mio spazio che nei mesi, anni precedenti ha svolto egregiamente il suo ruolo di confidente non che di "diario di bordo" non avendo molte occasioni per potermi confrontare e confidare adeguatamente. Non sarebbero mancate le persone, questo no, ma forse non ero ancora pronto per aprirmi completamente e quindi su questo registro riversavo tutto quello che non riuscivo a condividere allora. Probabilmente ora tornato in un ambiente più confortevole come quello casalingo, con la famiglia intorno e con le poche amicizie rimastemi intorno la necessità di comunicare qui è venuta meno o almeno è fortemente diminuita.
Inoltre non posso anche considerare che delle molte cose che avrei voluto fare una volta tornato a casa, si sono lentamente dileguate nell'oblio per via del poco tempo di cui dispongo; seppur ormai non sia un peso la quotidiana pendolarità della mie giornate prende almeno 4 ore di ogni giorno che unite alle impegnative ore di lavoro mi fanno tornare a casa sufficientemente esausto per non trovare le energie e l'entusiasmo per impegnarmi in altre attività. Avrei voluto trovare il tempo per dedicarmi alla salute ed il benessere del mio corpo e della mia mente, avrei voluto trovare il tempo da condividere con gli amici, avrei voluto ritrovare degli equilibri che mi erano venuti a mancare, ma ancora non sono "libero" di farlo. I troppi pensieri, le troppe cose che vorrei fare mi hanno bloccato in un limbo muto e grigio. Probabilmente in questa sintesi come spesso è accaduto in passato risulterò poco chiaro se non addirittura poco convincente nel mio pensiero, ciò non toglie che per come è il mio carattere ed il mio modo di esistere ogni cosa ha il suo tempo ed ogni tempo è quello che mi posso concedere, ed al momento quanto si può leggere è il massimo che riesco a scrivere e condividere.
Forse, e dico solo forse, a partire dalle vacanze estive riuscirò a trovare le giuste leve per rimettere in fila ed al loro posto molte delle cose che volevo fare, ma non faccio, e ancor meglio non mi faccio, promesse che potrei non mantenere. Certamente prima dovrò ritrovare il cuore ed il cervello per poterci poi fare pace e ridare un senso un po' a tutto quanto me stesso. Troppe sono le cose che mi porto appresso e non sempre sono correttamente gestiste e affrontate, ma già il fatto di averne quantomeno una minima consapevolezza potrebbe essere il punto di ri-patenza per ricostruire il sottofondo della mia esistenza e dei miei rapporti, tutti, così da liberarmi da zavorre che spesso ho usato per giustificarmi verso gli altri e con me stesso. Non mi resta che pubblicare questo "post" e vedere come nei giorni a venire mi comporterò e chissà magari ve ne darò anche conto per tutto o quasi.

martedì, marzo 05, 2013

SMS (mai spedito)

Che dire? Ei fù un breve messaggio scritto sul un telefonino mai inviato, scritto in un momento malinconico e rimasto a decantare nella cartella delle bozze per una settimana circa. Marinato a dovere, non venne completato ne spedito, bensì eliminato senza pena e senza rimorsi. Ciò nonostante il pensiero intrinseco di quel sms è restato permanente nella mente e nell'animo continuando a maturare lentamente seppure in modo latente.
In effetti poche parole, per quanto scelte a dovere, mai sarebbero state in grado di spiegare, definire e  rendere al meglio il concetto che, vilmente forse, vi si nascondeva.
Sebbene il titolo del post possa paventare la possibilità di riproporre qui quanto era concentrato in quel messaggio, con buona probabilità così non sarà; a ben vedere sarebbe un momento significativo di "outing" ma non è assolutamente il caso che accada. Non che ci sia chissà ché da nascondere, ma è sicuro che non è il momento ne tanto meno il luogo adatto, che poi in realtà potrebbe anche andar bene, ma solo dopo aver condiviso personalmente e faccia a faccia quanto avrei voluto scrivere ed esprimere in quel momento. Ho comunque già imparato a mie spese che non è la cosa migliore condividere certi stati d'animo quando son preda della malinconia, specie se mista a solitudine. Non so se vi sia mai successo, ma a me capita spesso di iniziare a scrivere un post o un sms o una e-mail, e quasi al termine scoprirmi inopportuno obbligandomi così a non concludere e non spedire il contenuto per timore delle conseguenze. Troppo vulnerabile in quel momento potrei non essere in grado di sostenere la risposta o la reazione: già mi successe qualche anno fa, e non fu per niente piacevole.

L'animo umano è strano, ho la sensazione che a volte si corrompe facilmente alla goticità dei momenti di debolezza, indotta o intrinseca che possa essere, ed è in alcune di queste occasioni che si può scoprire la propria vulnerabilità nel suo senso più ampio: da un solo momento di cedimento si aprano gli scenari più svariati che esulano dal momento scatenante e ti lasciano un'impronta che a fatica scopare, sbiadisce solo un po', ti resta sempre un segno. Almeno su di me è così.

Forse un domani comparirà su questo blog un SMS XXL che raccoglierà i pensieri di quella sera e dei giorni che son seguiti, o forse no, per ora ho deciso che lascerò agli eventi futuri la decisione se concedere un nuovo momento di liberazione, per ora mi tengo queste sensazioni contrastanti e contraddittorie addosso aspettato che i tempi maturino e facciano fuoriuscire quanto ancora è nascosto dentro di me.

mercoledì, novembre 14, 2012

Di Famiglia

Stavo cercando di guardare qualcosa in tv ma non c'era niente che attraesse e mantenesse la mia attenzione; forse il fatto di non essere riuscito a rispondere ad una telefonata questa sera mi ha messo un po' in agitazione e nel vagare annoiato per i diversi canali ad un certo punto mi è tornato in mente che grazie ad un sms delle persona a cui qualche ora prima non avevo risposto, mi era venuta l'ispirazione per il tema di questo post: la famiglia.

Leggendo quel messaggio sul telefono mi sono trovato nella strana situazione di essere assalito da una serie innumerevole di ricordi legati alla famiglia, rapidi e bervi flashback di momenti diversi in anni diversi. Riflettendoci nei giorni a seguire mi sono accorto che molte cose sono cambiate e probabilmente non torneranno ad essere come erano prima, già solo per il fatto che passano gli anni alcuni componenti della famiglia, nel senso più ampio della parola e della parentela, vengono a mancare per raggiunti limiti di età piuttosto perché è terminato il loro il tempo a disposizione, inoltre cambiano e si modificano le composizioni dei nuclei familiari: chi si sposa, chi si lascia, chi nasce, chi cresce,  chi cambia città e/o vita, ecc.
I miei ricordi sono legati per lo più a due posti fondamentali: la casa in cui sono nato e cresciuto per 18 anni e la casa della nonna materna. In questi due luoghi si sono concentrati la maggior parte dei raduni familiari, dove nella prima ci si ritrovava tutti quelli da parte di mio padre (25 tra nonni, padri madri e cugini) e nella seconda quelli da parte di mia madre (10 1nonna, padri madri e cugini). Una cosa fondamentale che ancora non avevo focalizzato a dovere è quella che i raduni di famiglia erano possibili e si sono fatti grazie proprio ai "grandi papà ed alle grandi mamme", ovvero quelli che per me erano i nonni, mancando loro le cose lentamente sono cambiate sino a ridursi a poco e niente. Loro sono cresciuti con una idea ed una concretezza di famiglia tale per cui era impossibile non stare tutti insieme, ma questa cosa nel corso degli anni si sta lentamente perdendo. Non fraintendetemi non sto dicendo che non esiste più il senso di famiglia, anzi, credo che sia uno dei pochi valori che ancora tengono duro, ma sono cambiati gli scenari e il modo di interpretarla e viverla. Per spiegarmi meglio, un tempo le famiglie per quanto si allargassero erano raccolte in pochi chilometri e come istituzione patriarcale o matriarcale, tutti contribuivano al benessere di tutti nella famiglia (contesto rurale); con l'avvento  della medio borghesia, dell'industria, della tecnologia e di un diffuso e sopravvalutato benessere la concezione di famiglia, almeno secondo me, ha subito progressivamente una disgregazione e una dilatazione nello spazio e nella condivisione. L'essere più indipendenti, andare all'università, entrare nei programmi di scambi culturali, trovare occasioni di lavoro più o meno importanti e lontano da casa, ha fatto sì che il nucleo familiare si disgreghi pian piano. Seppur consapevoli e coscienti di tutto ciò, ci si consola e giustifica adducendo alla possibilità, già da qualche decennio, di poter comunicare a distanza con i telefoni mobili con internet e tutto quello che può tornar utile. Ciononostante ho notato che resta la costante del "luogo sicuro", ovvero quando le cose non vanno bene, quando la vita si fa difficile, quando ci sono le questioni importanti bene o male, la famiglia si ricompatta e riprende la sua forma. Si ritorna sempre volentieri a casa da mamma e papà, da fratelli e sorelle e chi più ne ha e più ne metta; solo loro sanno dare quel senso di accoglienza di serenità e di appagamento, niente altro. Ovviamente non è sempre tutta rosa e fiori, ci saranno stati a volte più a volte meno momento di attrito e contrasto, ma ciò non toglie che si è della famiglia. Escludendo quindi quelle storie familiari tragiche, tristi in cui invece si vive una realtà troppo dura, violenta e sacrificata all'estremo, la famiglia è l'unica cosa che ci fa sentire protetti e mai rifiutati. Sarà anche per questo motivo che socialmente siamo portati all'aggregazione e ricostruire questo habitat che ci fa sentire meno nudi ed esposti verso il mondo, ma non sempre tutti sono all'altezza, e si torna così a cercare le persone di famiglia.
Concludo infine dicendo che oggi visti i chiari di luna nell'economia sociale e del lavoro, credo che la famiglia tornerà di moda ed a fortificarsi e consolidarsi nuovamente; non sarà come 30 anni fa e magari all'inizio il riavvicinarsi sarà dettato da questioni di risparmio, quindi per esigenze economiche, ma sono convinto che in breve tempo ricostruito il nucleo allargato della famiglia, l'aspetto venale passerà in secondo piano, perché riscoprire quel mondo di unità e sostegno permetterà a tutti noi di dare una svolta alla vita, ridimensionando gli sprechi di energia a tempo in altri contesti, per farci tornare ad apprezzare quell'aria di comunanza e condivisione disinteressata e confortevole.