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mercoledì, luglio 05, 2023

Lavoro Irrequieto

Con molta probabilità ho già scritto in passato dei miei stati d'animo lavorativi, ed ora eccomi nuovamente qui a farlo. Ho notato negli anni che ciclicamente attraverso diverse fasi in ambito lavorativo: passo dalla stimolante entusiasmo della novità, al pacato consolidamento dell'esperienza del ruolo, per poi giungere immancabilmente alla noia che sfocia nel disamoramento della quotidianità lavorativa. Queste fasi si sviluppano generalmente in un arco temporale che va dai 18 a 36 mesi a seconda della complessità dello scenario lavorativo. In passato mi veniva in aiuto il fatto che fosse più facile cambiare lavoro, piuttosto che essere legato ad aziende che subivano variazioni o trasformazioni societarie, in questo modo all'apice della noia era più facile sia direttamente che indirettamente trovarmi in nuovi contesti che permettessero di rilanciare l'entusiasmo grazie ai cambiamenti. Mi ritrovo ora, dopo 27 anni di lavoro, ad avere un'età in cui è più difficile cambiare ed anche ce ne fosse la possibilità non c'è una certezza nella stabilità del futuro; la maturità mi fa essere da un lato più garantista e dall'altro meno propenso all'azzardo, facendomi fare riflessioni da un punto di vista più cautelativo.

La premessa per far comprendere il momento che sto attraversando in questi ultimi mesi, nonostante ci sia stato un cambio organizzativo 3 anni fa, è che l'effetto novità si è esaurito molto preso, ed altrettanto velocemente la fase del consolidamento del ruolo (cambiato molto poco per la verità), facendo arrivare più in fretta la fase della noia. Il cambio organizzativo ha modificato alcuni aspetti formali, ma non quelli sostanziali definendo in questo modo una sorta di appiattimento della quotidianità. Un piccolo scossone poteva arrivare con il cambio di ruolo e di segmento di riferimento, questo mi avrebbe dovuto portare a mettere a frutto l'ampia esperienza con la prospettiva di poter fare cose migliori, più complesse, più eccitanti e gratificanti; dopo qualche mese mi sono però reso conto che così non sarebbe stato. Le aspettative mancate non sono derivate da me, bensì da almeno tre fattori: il primo legato al Covid  che portato una grande trasformazione che nel mondo del business, facendo cambiare prospettive, modalità e priorità di spesa alle imprese, e malauguratamente non in meglio, anzi; il secondo fattore è la nuova configurazione aziendale che ha determinato una "specie di impoverimento" della struttura in cui sono inserito, progressivamente ci è stato levata autonomia e valenza nelle collaborazioni e contribuzioni con le altre strutture e/o divisioni aziendali; il terzo, ma non certo ultimo, le politiche socio-economiche globali che hanno portato all'inasprimento di alcuni conflitti e l'avvio di altri che hanno impattato sul mercato globale del mondo del business inasprendo la "recessione" negli investimenti sui servizi accessori. Questi fattori hanno fatto sì che la mia quotidianità sia stata indirettamente impattata perché lavorando con il mercato delle aziende e non con clienti di tipo domestico, si è risentito nella capacità e volontà di spesa/investimento che tutte le imprese hanno progressivamente cambiato, ridotto e trasformato in altro.

Sono qui a scrivere della noia quotidiana che mi pervade sul posto di lavoro, non bastano le formazioni che l'azienda ci mette a disposizione, l'apprendimento da remoto non è così stimolante, anzi diventa per sin un disturbo; per quanto sia gratificante, non basta più essere un riferimento "qualitativo" all'interno del gruppo di lavoro; se già in precedenza era uno dei pochi aspetti spiacevoli, in questi ultimi tempi la mancanza di educazione e rispetto per il mio tempo (come per quello dei miei colleghi di reparto) sta diventando sempre più insostenibile. In un contesto come questo, quindi mi è venuto naturale non avere più aspettative o ambizioni lavorative, ed invece sentire sempre più la necessità di trovare nuovi stimoli e nuovi orizzonti extra lavorativi. Credo sia per questa condizione e per questioni di maggior consapevolezza su alcuni aspetti di me stesso di aver indirizzato le energie verso altri ambiti come una miglior condizione fisica e la ricerca di nuovi stimoli culturali anche se non di alto livello. 

Devo essere sincero, tutto questo in parte mi rattrista in quanto ho sempre amato fare bene, avere buoni rapporti e una buona considerazione nel lavoro. Ritrovarmi a così tanti anni di distanza dal riposo professionale ad avere lo stesso atteggiamento dei pensionandi o di quei colleghi che non hanno più nulla da dare perché stanchi o rammaricati del loro percorso, per un verso mi fa paura ma ancor di più mi angustia non avere la capacità di far fronte ad un contesto lavorativo se non con una sorta di rassegnazione e fatalismo attendista. Ho anche pensato che potrei cercare un altro lavoro, ma l'età, la seniority e l'incertezza di un posto di lavoro stabile mi frenano, e mi domando se sia per  saggezza o più banalmente mentalità da vecchio... Resta il fatto che tutto questo rende le giornate faticose, lunghe e per certi versi logoranti.

martedì, maggio 23, 2023

I demoni son tornati

La solitudine (emotiva e non solo) gioca brutti scherzi. Ci risiamo, era da qualche anno che non mi succedeva! Sono settimane che sono irrequieto e costantemente con quella sensazione di insoddisfazione con in sottofondo anche un po' rabbia mista a tristezza. Nonostante mi sia concesso tempo ed opportunità per rigenerarmi in questi giorni emerge sempre più forte questo disagio emotivo. Come per tutti, credo, anche io ricado sempre negli stessi errori, reitero azioni che mi portano a infilarmi in situazioni scomode ed a volte dolorose. Dopo le esperienze precedenti dovrei aver ormai imparato, ed invece ci ricasco come fosse la prima volta. In questi giorni, oggi soprattutto, ho iniziato a considerare l'eventualità di andare in terapia, sì perché non è verosimile che a 50 anni si facciano gli stessi errori della gioventù; se da ragazzo potevo essere giustificato dall'inesperienza o dall'ingenuità, oggi con mezzo secolo alle spalle non sembra plausibile né giustificabile comportarsi in modo tale da mettersi in difficoltà da soli. Se nei post precedenti escludevo la crisi di mezza età, forse ora dovrei ricredermi.

Quello che sto accusando è un malessere personale, profondamente intimo. Se nel corso degli anni ho cercato di imparare dagli errori, di ascoltare i suggerimenti ed i consigli che mi sono stati dati, parrebbe che non sia servito a nulla. Esteriormente forse ho dato l'impressione di essere "cresciuto" di essere "maturato", ma se penso a queste ultime settimane, mi convinco sempre più di avere dei limiti affettivi. Nonostante abbia cercato di allenare la mia intelligenza emotiva o abbia cercato di gestire ed esternare meglio alcune mie emozioni, ho la sensazione di essere rimasto al punto di partenza: incapace, imbarazzato e per alcuni versi patetico. I comportamenti che metto in atto, gli atteggiamenti che ho verso le persone (alcune in particolar modo), mi restituiscono sempre le stesse sensazioni: mi sento una voce fuori dal coro, un uomo con un pensiero ed una emotività asincroni rispetto a tutto e tutti, vivo di sensi di colpa o di rammarico che per lo più potrebbero essere ingiustificati, ma che ad ogni modo invece ci sono e pesano.

Iscrivermi in palestra, pensare di tornare in qualche modo allo studio, prendermi cura di me stesso sembra non bastare a colmare il divario che sento con il resto dell'umanità che mi circonda; fare quello che tanti altri fanno, trovare modo di sentirmi parte di un qualcosa e di poterlo condividere con gli altri non sta dando il risultato atteso. Mi creo delle fantasie  emozionali o delle relazioni immaginarie che nella realtà non trovano una rispondenza, come se tutto fosse una lontano scenario che non si fonde e non si amalgama con quanto io "mi vada raccontando". Vivo di una quotidianità e di strampalate consuetudini che però non sono amalgamate alla realtà del resto del mondo. Mi creo da solo delle aspettative che puntualmente ed ovviamente vengono disattese e che infine mi deludono più del dovuto, mi feriscono ed ogni volta mi lacerano sempre un po' di più.

In questi giorni sto archiviando alcune relazioni, ed altre le sto rimodulando, che per quanto possano avermi dato in qualche modo, dal mio punto di vista non mi hanno restituito quanto credevo; ho forse costruito castelli in aria e girato dei film nella mia testa, che all'improvviso si sono smontati e si sono dissolti nel vuoto: tutto questo mi abbatte e mi demoralizza. Tutto ciò è riferito a me stesso, infatti credo che le persone che mi stanno intorno siano "ignare comparse" di un film esistenziale che mi sono fantasiosamente creato da solo. Qui sta il nocciolo della questione. Il resto del mondo è serenamente inconsapevole di tutto ciò, sì perché non mi sono mai osato ad andare a schiantarmi sino in fondo a discutere seriamente o valutare oggettivamente o confrontarmi direttamente con le questioni o le persone interessate; nel momento in cui arriva la delusione lascio solo andare e mi rimetto a costruire nuovi ed immaginari mondi sperando di trovare casualmente conforto o soddisfazione.

Questo stato d'animo, così radicalmente irrequieto, l'ho già sperimentato, provato in due occasioni: la prima volta da ragazzino quando mi sentivo escluso e inadeguato rispetto a tutti gli altri; la seconda a trent'anni o poco più quando sono dovuto crescere in fretta per forza di causa maggiore. In entrambe le occasioni lo smarrimento, l'irrequietezza il disagio erano tali da lasciarmi costantemente senza fiato, sempre con l'affanno e l'ansia ad accompagnarmi in ogni momento della giornata. Ed ora a 50 anni suonati, per la terza volta, accade di nuovo e mi fa ancor più paura perché nonostante le esperienze passate, il gran lavoro che ho cercato di fare su me stesso (inutile direi a questo punto), ancora mi ritrovo a patire questa condizione con l'aggravante di ulteriori demoni che si sommano a quelli vecchi, demoni ulteriori che non dovrebbero esserci ma che si palesano perché non voglio ammettere di essere debole, di essere solo un piccolo uomo in balia della mia fragile emotività nell'affrontare una vita che solo parzialmente si può comandare, ma che per lo più si può vivere al meglio con tutti i propri limiti. Non mi resta che attendere qualche svolta che faccia girare nuovamente la ruota dell'umore e dell'emotività e mi riporti ad una condizione sufficiente a sopravvivere alla meno peggio. Nel frattempo rifletto e rifletterò su cosa possa essere più utile per "imparare a governare questo stato emotivo".