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mercoledì, dicembre 07, 2022

Paura delle Aspettative Compiute

immagine prelevata dal web
Ecco che ci risiamo! Questo è un altro giorno in cui mi si blocca il respiro e la sensazione di soffocamento mi accompagna tutto il tempo. E' quello stato di ansia mista a delusione, con un rammarico che mi permea completamente e che fa riaffiorare ombrosi pensieri. Immodestamente mi ritengo un uomo ormai formato, ma sono altre sì consapevole di essere incompiuto sotto alcuni aspetti che non riesco a colmare, non nel modo giusto.

Non è la prima volta che succede, e non sarà neanche l'ultima;  anche in questa occasione ci sono cascato, come si dice, con tutte le scarpe. Nonostante sia consapevole del contesto, di quale siano i rapporti attesi, le mi speranze miste alle mie aspettative più intime, ho portato avanti rapporti sociali "viziati". Nonostante tante occasioni di introspezione, momenti di riflessione, ed anche di confronti con le altre persone unito a tanto lavoro su me stesso, continuo a reiterare gli stessi comportamenti errati. Il mio modo di pormi fa sì che trasmetta alle altre persone una versione di "me" non corretta o quanto meno non completa o peggio ancora non quella che vorrei. Il mio modo relazionarmi permette agli altri di scegliere come "interpretarmi e definirmi" a seconda delle loro esigenze o del loro punto di vista.

In ambito professionale per alcuni sono il collega ombroso, per altri quello a cui chiedere qualunque cosa perché crede io sappia tutto, per qualcun altro uno dei tanti oggi ci sei, domani chissà?, per altri ancora il collega tranquillo con cui scambiare pareri, per altri il buddy rassicurante. In realtà io sono tutti quei ruoli messi insieme e nessuno di loro nello specifico.

Nella sfera personale non è diverso, per ogni mia amicizia o conoscenza sono visto solo per alcune delle mie caratteristiche, raramente sono visto nella mia interezza, almeno è questo quello che percepisco o che mi viene restituito. Mentre sul posto di lavoro tutto questo non mi crea particolari problemi, in quanto io per primo vivo le relazioni professionali limitatamente a quelle che sono, nell'ambito privato invece questa incompleta definizione del mio ruolo, in un giorno come quello di oggi, mi sta stretto. Stretto al punto che mi si blocca il respiro e la sensazione di soffocamento mi accompagna tutto il tempo.

Nel panico emotivo e cerebrale cerco di trovare un volto intimamente amico a cui rivolgermi, con cui confidarmi pienamente, ma non si palesa il viso di nessuno; sì i volti si susseguono ma poi scivolano via perché nella mia presunzione temo di non essere compreso appieno o diventare oggetto di "inutile attenzione". Non c'è nessuno a cui potermi affidare, con cui confrontarmi, sfogarmi e liberarmi con totale fiducia... tutto questo lo trovo triste. Amo, sostengo, agisco a modo mio, un modo che non mi restituisce quanto vorrei e quello che vorrei. Oggi questo mi pesa. Mi pesa perché sono umano e debole come tutti gli altri, ma ciò nonostante non mi sento "parte del totale".

Se mi guardo indietro non è mai stato diverso (escluso Il Don dei campi estivi), in prevalenza io sono stato il confidente, l'ascoltatore, il moderatore, il mentore, la spalla su cui piangere. Di contro io non mi sono rivolto mai a qualcuno e so che non l'ho fatto per paura. Sì per paura! Non quella della vergogna, ma la paura di non essere compreso sino in fondo, paura di espormi e rovinare tutto perché la mia testa ed i miei pensieri girano in un modo tutto loro, che raramente trova una affinità di pensiero o di una equa comprensione. Paura di scoprire una volta per tutte di essere solo! Forse sarà colpa dell'ultimo evento formativo incentrato proprio sui ruoli che ognuno di noi rappresenta ed esprime, oppure è chiamato a ricoprire; come ogni momento formativo ho cercato di essere onesto con me stesso e il risultato che ne è venuto fuori, personalmente trovo mi rispecchi e per alcuni tratti tristemente veritiero.

Oggi è un giorno pesante, i pensieri sono così grevi che mi schiacciano emotivamente e fisicamente, sono spossato, senza fiato: sento un peso enorme alla bocca dello stomaco, mi sento soffocare dalla mia solitudine. Quella solitudine che arriva quando nonostante tutti gli sforzi ci si sente "fuori dal mondo", relegati ad un ruolo che non sempre vorremmo avere perché potremmo essere e dare anche molto altro. Ingabbiati dalle situazioni e dalle persone ad ascoltare e vedere cose che ci fanno star male e per le quali non possiamo, non riusciamo o non vogliamo dire o fare alcunché. Oggi va così! Continuare a sentire, vedere e percepire cose che non riesco a gestire oggi pesa, pesa parecchio. Oggi è così!

mercoledì, novembre 09, 2022

Totem Rilevanti

Raccontare delle persone non è mai semplice, quando lo si fa è sulla base delle proprie percezioni, del proprio punto vita ed anche in virtù delle proprie esperienze. Se si ha la fortuna di fare la conoscenza di molte persone in molteplici occasioni e fare numerose esperienze, forse allora si potrà avere un giusto parametro con cui valutare con diligenza coloro con cui ci si è relazionati. 

Tutti noi abbiamo incontrato nelle nostra vita persona che hanno lasciato il segno nel bene e nel male. In questo post, voglio raccontarvi brevemente alcuni degli incontri che per me si sono rivelati i più significativi; se ci penso fortunatamente sono stati tutti positivi, più mi sforzo e più non trovo persone che mi abbiano segnato in negativo; ma forse sarà dovuto al fatto che cerco sempre il lato positivo delle cose e non quello negativo. Persone sgradevoli ovviamente ne ho incontrate e le ho dovute anche frequentare, ma tutto sommato non hanno fatto danni degni di nota sul mio percorso. 

Ma torniamo invece a quelle persone che a modo loro hanno lasciano una segno. Non sempre ce ne accorgiamo subito, anzi,  può passare del tempo prima di realizzare che quelle persone sono state rilevanti nel nostro percorso; il più delle volte ce ne rendiamo conto solo dopo che le rispettive strade si sono separate e ci troviamo nella condizione di doverci relazionare con altre persone, oppure quando realizziamo che "quella cosa che ci disse" si è avverata o meglio corrispondeva al vero e lo comprendiamo solo perché finalmente abbiamo raggiunto una nuova consapevolezza. Trovo tutto questo alquanto particolare, voi no?

Queste presenza rilevanti che hanno attraversato il cammino, o forse dove io ho attraversato il loro, per quanto mi riguarda sono meno di 10 ma più di 5. Ve li presento:

  • Il Maestro delle elementari l'uomo buono che amava la cultura: colui che con la sua serafica compassatezza ti insegnava ad amare la cultura e le persone intorno a te perché sono una ricchezza.
  • Il Don dei campi estivi dove faceva l'animatore: colui che trovava sempre il modo di essere amico e confidente di tutti con il suo fare gentile, accogliente e ti faceva fare sempre pace con te stesso.
  • L'allenatore di basket che al posto delle mani aveva delle morse, se ti prendeva un braccio o una gamba con quelle mani ti poteva rompere le ossa: colui che sapeva farti vedere come le tue incertezze e le tue debolezze erano in realtà una forza travolgente ed inesauribile.
  • Il docente di fisica all'università, quello che ti bullizava durante le lezioni: colui che ti insegnava che nella vita non serve la "nozionistica", serve invece sapere usare il cervello,  comprendere ed essere consapevole.
  • Il primo datore di lavoro quello che sapeva stare al mondo e che sfruttava i giovani in cerca di lavoro e di due soldi: colui che riconosceva pregi e difetti delle persone e con rispetto e schiettezza te lo dice in faccia anche quando non ti va di sentire. 
  • La Manager tutta d'un pezzo: colei che coltivava il talento di tutti i suoi collaboratori, per ognuno il giusto posto per permettergli di dare il miglior contributo nel lavoro di squadra, ma che non dimentica mai di avere davanti a se delle "anime", di cui alcune più fragili di altre, che a modo suo coltiva e fa crescere.

Bene questi in breve sono i "totem" che ho avuto la fortuna di incontrare lungo il mio cammino sino a qui: persone rilevanti che nostro malgrado ci segnano, ci fanno crescere non solo come studente, sportivo, professionista ma soprattutto come individuo. 

Pensando a loro mi sento grato di averli conosciuti e in qualche modo frequentato, ed alcuni in certi momenti mi mancano, ma non posso fare altro che proseguire ed augurarmi di trovare altri totem con cui confrontarmi e crescere ancora. 

domenica, giugno 08, 2014

Arte vs Tecnologia - (Questione di Carattere)

Per chi mi sta vicino non è un mistero che nelle ultime settimane sono pervaso dalla noia; non trovo più nulla ti sufficientemente attraente, coinvolgente e stimolante al punto giusto. In momenti come questi che mi ritrovo a vagare in giro per il web alla ricerca di qualche notizia, evento che colpiscano la mi attenzione con la speranza di trovare qualcosa di diverso da fare. Nelle ultime settimane di maggio per mia fortuna ho avuto modo di sfruttare due occasioni: una personale andando al XXVII Salone del Libro a Torino dove ho avuto modo di partecipando ad una tavola rotonda molto appassionante; la seconda occasione di distrarmi e rinfrescare un po' d'interesse è stato invece professionale, andando al 20mo Digital Printing Forum incentrato sulla tecnologia Ink-Jet (l'ultimo forum a cui partecipai fu 10 anni prima circa). Ebbene senza volere mi sono messo nella condizione di crearmi una momento stimolante ed accattivante come da tempo non mi capitava. Credo sia opportuno che faccia un passo indietro per far meglio comprendere l'entusiasmo per quanto ho appena finito di scrivere.

Devo tornare a qualche anno prima quando passando casualmente in una libreria di Pomezia, mi sono soffermato su uno scaffale dove i libri non costavano più di 2 euro, ed è lì che presi 2 libri per i quali, solo dal titolo, mi ero fatto l'idea che fossero incentrati sulla psicologia o qualcosa del genere, invece con mia parziale delusione scoprii che erano uno rivolto alla comunicazione e sviluppo sociale e l'altro invece era un trattato sull'editoria nel corso di un secolo (dal 1861 al 1977 circa). Il secondo  libro l'ho letto qualche mese fa, finito con un po' di fatica in quanto in troppi passaggi  era troppo didascalico e costellato di date su diverse pubblicazioni; ciò nonostante la lettura è stata per certi versi illuminante e per altri confortante, scoprendo come l'editoria sia rimasta sempre un po' in disparte dagli sviluppi economici /industriali dei massimi interessi, ma restando sempre un punto fisso come mezzo di comunicazione, espressione e rappresentazione dei tempi, della cultura  sociopolitica del nostro paese.

Ed è così quindi che mettendo insieme questi tre eventi diverse, ho fatto un viaggio emozionale e culturale di quasi 2 secoli oramai. Partendo dal libro letto qualche mese fa che si intitola "Questione di Carattere", passando per la partecipazione alla tavola rotonda all'interno del Salone del Libro potendo ascoltare di persona Enrico Tallone argomentare su " Belle lettere e Bei Caratteri - Officina, editoria di progetto. Il design del libro tipografico moderno", arrivando sino alla partecipazione al 20mo Digital Printing Forum in cui si è parlato di "Production Inkjet Printing in un disegno che coinvolge tutta l’industria grafica e della comunicazione" . Seppur in modi e tempi un po' dilatati ho avuto l'occasione di studiare il libro e poi toccarne con mano le conclusioni ascoltando la passione per l'editoria e la stampa tradizionale di un "Tipografo" come Tallone (la sua famiglia è da sempre in questo mondo) contro le aspettative dei cultori della New Generation dell'era digitale che nonostante i grandi passi avanti e la diversa capillarità che ha raggiunto non dimostra avere un "carattere" ma solo un istinto vorace di espansione.

Leggendo il libro se ne ricava che la comunicazione è sempre stata un fondamento per la divulgazione e la condivisione di ogni tipo di messaggio, ma anche uno strumento visivo importante che col passare del tempo si è trasformato ed adeguato alle esigenze della platea che raggiungeva; i caratteri tipografici assumevano forme e caratteristiche di volta in volta sempre diverse per incontrare i gusti dei lettori e dei divulgatori dei contenuti, non tralasciando anche gli aspetti visivi degli spazi e della disposizione, portando anche la tecnologia ad innovarsi e adeguarsi alle esigenze derivanti: industrializzazione, velocità, grande numerosità sono stati gli elementi centrali sui quali i "tecnologhi" hanno posto la loro attenzione per recepire le nuove forme di espressione ponendole al servizio degli stampatori recependo comunque sempre le aspettative degli editori. Ed in questo modo che dopo aver letto il libro ho colto la passione e l'entusiasmo di un editore come Tallone che nonostante la tecnologia sia arrivata quasi a sostituire l'umanità dell'arte della stampa, non gli si arrende ed ancora cerca i migliori caratteri da stampa, ancora cura le forme tipografiche, ancora abbina un andamento di un carattere tipografico al contenuto del libro che deve realizzare, studiandone tutti gli aspetti come anche quelli della supporto sul quale stampare ovvero la carta, e valutandone tutte le alchimie per fa sì che il prodotto editoriale finale sia una opera completa e che possa assolvere al proprio ruolo al meglio, attirando, trattenendo, coinvolgendo e facendo sognare il lettore. La tecnologia dal canto suo ha pochi aspetti significativi dalla propria parte: tolto lo sviluppo e il consolidamento dell'affidabilità, della velocità e della ripetibilità non può sostituire quello che sta dietro ossia l'uomo che sceglie che pondera che abbina e crea qualcosa. Lasciare spazio a chi costruisce e sviluppa tecnologie e comunicazione digitale, ci ritroveremmo con un appiattimento della comunicazione con pochi set di caratteri, con poche impostazioni di pagina; a questo inoltre si aggiunge il fatto che la dematerializzazione di un prodotto editoriale consente anche la frammentarietà della comunicazione ponendosi come obbiettivo la variabilità e la personalizzazione per raggiungere molti gruppi diversi tra loro in modo diverso e divulgando contenuti proprietari che non danno più un senso di collettivo e comunitario.

Ovviamente sono semplificazioni di un pensiero molto più elaborato sul quale mi dilungherei ancora senza fine, ma rischierei di diventare noioso, quindi, concludo questo post sintetizzando un po' i contenuti dell'altro libro che presi a Pomezia: siamo la comunicazione che rappresentiamo, ogni epoca ha la proprie caratteristiche e peculiarità ma quello che importa è che quanto si comunica abbia sempre un'anima, un carattere propri che possano fare i conti con le generazioni future per lasciare un segno tangibile di un senso di coscienza. Lasciare le le parole, i pensieri, le immagini passino e ripassino senza un senso di appartenenza ad una generazione sarebbe come scrivere nell'aria in modo invisibile lasciando che scompaia il tutto senza raggiungere nessuno. Così grazie ad eventi un po' casuali ho trovato un filo conduttore di mio interesse scrollandomi un po' di dosso la noia che mi pervadeva e ricominciando a guardare il mondo intorno a me con occhi rinfrescati.

sabato, maggio 04, 2013

Quarant'anni e Non Capirlo

1973-2013 i miei 40 anni
Sono passati solo pochi giorni dal mio 40mo compleanno e non riesco a farmene un'idea!
Sarà che non ho quasi mai festeggiato e quindi non è un evento così significativo per me da darmi il senso del tempo che passa e farmi prendere coscienza della mia età che avanza; per questo non mi rendo mai conto che ho già attraversato quattro stagioni della mia vita e probabilmente anche il fatto di aver avuto sempre un sistema di vita "impegnato" non mi ha mai lasciato il tempo di riflettere sugli anni che scorrevano.

Ovviamente non considero quanto è stata la mia vita sino ai 10 anni in quanto per buona parte la mia memoria è legata solo alle poche foto ricordo che fecero i miei genitori, ma dopo i 10 anni gli impegni tra le scuole obbligatorie e lo sport praticato sino a poco oltre i venti anni hanno scadenzato il passare dei giorni delle settimane, degli anni '80 non concedendomi di vedere che tra la pubertà e l'adolescenza  il tempo scorreva veloce verso la maggiore età. Allo stesso modo anche dopo i 20 anni con l'università e gli ultimi anni di sport praticato con regolarità ho passato gli anni di giovane uomo degli anni '90 correndo tra un aula di studio ed il laboratorio tecnologico e le palestre senza considerare che i 30 si stavano avvicinando velocemente.
In questi primi 20 anni quindi tra le scuole e lo sport si sono infilate le amicizie che sono passate e mai perdurate più di tanto, forse un altro elemento che non ha aiutato ad assimilare il tempo che trascorreva non vedendo invecchiare gli amici dell'infanzia e della gioventù ma incontrando ed instaurando sempre nuove amicizie dai volti nuovi.

Al ché arriviamo al primo periodo più significativo come passaggio del tempo in cui mi resi conto di non essere più un giovane senza responsabilità: sto parlando della fine degli studi e l'inizio della, chiamiamola per così dire, carriera lavorativa. Tale momento non è neanche stato contraddistinto dagli obblighi di leva, saltati a piè pari con un congedo illimitato a seguito di 3 giorni di ospedale militare, trovandomi così a fare le prime esperienze lavorative attraverso le quali senza troppe aspirazioni e ambizioni mi godevo i primi soldi guadagnati senza pensare troppo al futuro. Ciò nonostante il mondo del lavoro richiedeva un minimo di responsabilità e di moderatezza per comprendere lo scenario in cui ero inserito portandomi ad una certa moderazione caratteriale, che ha segnato in effetti il passaggio dal tempo della spensieratezza alla presa di coscienza che ero inserito nel mondo dei grandi entrando così nel tempo della responsabilità.

Ed ecco quindi così che mi ritrovo ad entrare nei 30 anni di vita con un'esperienza lavorativa non costante ed in uno scenario nel quale si vedeva già il contrasto tra le vecchie generazioni e le nuove: ovvero dove il vecchio pensiero del lavoro che inizia con la gavetta per proseguire oltre 30/40 anni nella stessa azienda sta scomparendo alla fine degli anni '90 lasciando posto al pensiero del lavoro frammentario e incostante degli internali o dei contratti di lavoro con la data di scadenza e che ancor peggio ti lascia nell'incertezza economica. Stiamo entrando nel terzo millennio con gli anni 2000 nei quali tra ambizioni ed aspettative di cui prima ero sprovvisto rimpinguo il mio curriculum lavorativo facendo diverse esperienze e cambiando lavoro come si cambiano gli abiti negli armadi al cambio di stagione. Vago anche in diverse città dell'italia alla ricerca di chissà quale chimera lavorativa e nemmeno sempre legata solo ad aspetti economici. Ed è così che nel giro di una decina di anni ci opportunità lavorative sperimentate arrivo ai 40 anni di età.

In conclusione a forza di seguire un po' le convenzioni ed un po' l'incoscienza giovanile il tempo è trascorso e mi ha portato dentro il mondo della costante maturazione ed autoresponsabilizzazione, dove ogni giorno ci si confronta con persone di ogni età, estrazione sociale e culturale tale per cui non ci si può negare per quello che si è.

In tutto questo però il tempo della scuola è trascorso e ne ho dei ricordi a volte più nitidi a volte meno, i volti dei compagni di scuola e degli amici di quel periodo sono ancora tutti nella mia mente sempre fermi all'età di allora; stessa cosa per l'università. Anche lo sport oramai è un capitolo lontano della mia vita, ma nella mia mente è sempre fermo agli anni migliori vissuti e giocati di quel periodo, sempre fresco, per cui non ne sento nemmeno la mancanza avendoli sempre con me. Allo stesso modo anche tutti gli affetti e le conoscenze fatte, coltivate e perse, nel corso di questi 40 anni sono vive nella mia mente e nel mio cuore, ed ogni volta che rivedo qualcuno e come se lo avessi lasciato solo il giorno prima (e non anni come magari mi capita più sovente).  Ora sto vivendo il mio quarantunesimo anno di vita, ed già in salita per diversi motivi, ma non riesco a farmi una ragione di cosa significhi avere quest'età!

Vivo ogni giorno come il precedente confrontandomi e condividendo, portando con me il bagaglio delle esperienze precedenti, ma nella mia testa non mi sento vecchio per l'età anagrafica ma nemmeno giovane perché magari vado a ballare in mezzo ai ragazzi di venti anni, mi sento sempre uguale, a volte solo un po' più cresciuto e maturo perché affronto nuove sfide che prima non mi competevano. Comunque sia non sono più un ragazzo, forse sono un uomo, ma non sono di certo un vecchio... il tempo trascorre ed io con lui non curandomi di quanto sia e di quanto possa pesare. Forse sbaglierò a vivere così la mia vita o forse no, ma di certo mi rendo conto di avere 40 anni e di non capirlo come gli altri.

martedì, settembre 04, 2012

Essere Rock

E' da qualche settimana che sto ascoltando una nuova, almeno per me, emittente radio, in precedenza ero stereotipato su una delle solite qualche anno fa non lo era, ora è come tutte le altre si è riportata sullo schema commerciale. Ma tornando alla mia recente scoperta, questa che mi allieta al mattino nel tragitto che percorro per andare al lavoro ed al ritorno a casa tutte le sere è prettamente rock. Per carità passano anche canzoni da classifica di notorietà commerciale, ma per lo più passa canzoni che vanno a proporre anche musiche che fanno parte del mio bagaglio storico anche grazie ad un fratello maggiore di 9 anni che mi ha fatto ascoltare generazioni musicali diverse dalla mia contemporaneità giovanile. Sono sempre stato affascinato ed attratto dal rock per la carica e la filosofia dei suoi interpreti e di conseguenza delle storie ed esperienze che i testi e le musiche interpretano portano con se. Probabilmente dopo aver esaurito il ciclo delle convenzioni sociali sto tornando progressivamente alla mia indole più indipendente e ribelle (inteso come anticonvenzionalità) riesumando quella irriverenza verso il consueto, gli stereotipi, il così fan tutti.

Il rock, nelle sue diverse sfumature e categorie, ha sempre rappresentato per me quella libertà di espressione che a volte nella vita sembra negata o non appropriata. E' un genere che viene cantato quasi gridando se non urlato per davvero, in contrasto a momenti di delicatezza e sottovoce, accompagnata dalla musica ricavata nel percuotere tutti gli strumenti per farli vibrare a più non posso e mettere in fila quelle note tanto grezze e decise quanto a volte armoniose e ordinate per trasmette il loro messaggio di sfida e rivalsa verso il mondo.

Nei vari promo che passano alla radio quello che mi fa "spaccare" e quell'atteggiamento confortante in cui ti ricordano che seppure padre di famiglia a cambiare pannolini, piuttosto che animalista convito, piuttosto persona educata e civile o all'apparenza un modesto impiegato o casalinga o qualunque altra persona di tutti i giorni ti tranquillizzano confermandoti che tutto ciò che sei  è rock! Non serve apparire ma essere rock! Vien da se che non servono necessariamente i capelli lunghi le giacchette di jeans strappate o di pelle, od i pantaloni attillati e lisi o le le catene o anelli, tatuaggi per essere un rocker: basta pensare come un rocker, agire come un rocker vivere come un rocker. Se volete sapere da me cose è un rocker, ammetto la mia colpa, non ve lo so dire, so solo che vivere per quello che sono per me fa tanto rock, mentre per qualcun altro potrebbe sembrare new age o zen... Non che abbia una valenza il mio pensiero, ma di certo non me ne preoccupo (che mi da tanto l'idea di rock), fin quando rispetto e sono rispettato, il mondo per me può andare avanti. Ma se qualcosa mi sembra che sia fuori posto o che stona un po' troppo, anche qui per me è molto rock alzare la testa e chiedere spiegazioni o cercare di rimettere tutto al suo giusto posto. Insomma il rock è segno di identità e consapevolezza, che arrivano talvolta anche da momenti non propriamente felici e di discutibili valori, ciononostante se uno ha imparato qualcosa in più da se stesso e su se stesso e non lascia spazio alla vergogna e ne fa tesoro questo è rock.

Questo pensiero mi è venuto dopo aver ascoltato casualmente Baba O'Reily dei The Who, scoprendo dopo ben 1 minuto che è stata utilizzata per una sigla di una delle serie CSI. Poco male mi godo i brividi che questa splendida composizione ed altre dello stesso gruppo mi danno, infondo per me è rock anche imparare qualcosa ogni giorno!

martedì, luglio 17, 2012

Internet - I Miei 15 anni -

Oggi sono 15 anni che sono sulla rete. Inizia i primi timidi passi aprendo la mia prima casella di posta elettronica su una delle piattaforme più in voga all'epoca che non aveva ancora la sua versione europea ne tanto meno italiana. Con la prime esperienza lavorativa (quindi guarda caso sono 15 anni che sto lavorando mese più, mese meno) ho avuto accesso alla rete di internet. Sono cambiate davvero molte cose da allora e di strade cybernetiche ne ho percorse parecchie, non sono mai stati un genio del computer, ma come in molte cose più le fai più prendi dimestichezza, così da semplici messaggi di posta elettronica inziò il mio vagabondare per il web che era molto più essenziale e molto più umano di quello che oggi si può trovare.
Sono transitato attraverso diverse chat collettive o punto punto, ho partecipato ad alcune delle comunità virtuali più o meno normali, ho sfogliato diverse pagine culturali e/o ludiche, ho aperto pagine personali, condiviso testi e immagini con gli strumenti che negli anni si rendevano disponibili. Ho visto cambiare il mondo della rete e soprattutto ho visto cambiare la popolazione di questo mondo di interconnessioni e il modo di comunicare.

Quando iniziai ad usare i primi programmi di navigazione il mondo in cui venni catapultato era decisamente più innocente e umano di quello che è oggi. Partendo dal fatto che gli strumenti erano decisamente più limitati, le aspettative erano più genuine: si sentiva e si leggeva nelle parole la voglia di scambiare, di condividere di trovare similitudini o scoprire diversità geografiche, culturali e generazionali. Esisteva veramente una etichetta cybernetica, esistevano regole non scritte a cui tutti si accomunavano per trovare i tempi ed i modi di comunicazione, anche perché le velocità erano 100 volte inferiori rispetto ad oggi, come anche la quantità di dati erano 1.000 volte di meno di quelle odierne. Nelle chat comuni si scriveva e si leggeva per spiegarsi, comprendersi e scambiare ogni sorta di pensiero, emozione, sensazione ritrovandole o scoprendone di nuove negli altri avventori di quel mondo che accorciava distanze e azzerava le discrepanze di età, culture, religioni, ideali politici ed esistenziali. Le differenze erano il valore aggiunto di quelle comunità che si creavano e scomparivano nell'arco di poche ore, per poi ritrovarsi nei giorni a seguire.
Nascevano amicizie, amori, incontri occasioni ma con lo stesso spirito di coloro che si trovavano nei vari luoghi di aggregazione.

Poi le tecnologie hardware e software iniziarono a correre e rincorrere mete sempre più lontane e veloci tali per cui tutto si è trasformato, iniziando l'era del consumo smodato della comunicazione. Fu così che comunità un tempo floride vennero abbandonate, altre assorbite da società telefoniche o di servizi tali per cui la modificazione genetica del web era inarrestabile; ci fu l'avvento delle applicazioni web che permettevano maggiori velocità e maggior quantità di dati da trasmettere, creando migliaia di mondi in cui potersi muover e per certi versi nei quali doversi districare. La popolazione inizialmente disorientata ha poi ripreso confidenza con tutta questa multimedialità trovandosi anche strumenti maggiori e più sofisticati da poter utilizzare, elevando qualcuno ad una conoscenza ed un utilizzo superiore alla media, dove quella italiana è assai bassa ancora oggi.
Contestualmente sono aumentati gli strumenti di connessione alla rete e le modalità di trasmissione così da incrementare oltremodo la popolazione che nel corso di questi 5 lustri si è andata smagrendo dei navigatori diligenti a discapito dei navigatori delle 24 ore su 24 ore che non hanno perso o non hanno mai conosciuto le regole di comportamento e ancor peggio non hanno più limiti. 

Oggi la multimedialità che offre internet è tale che si può essere connessi costantemente e ininterrottamente forse prevaricando la vita quotidiana, trovandosi compulsivamente  a dover trasmettere qualcosa in ogni istante delle giornata. Io in tutto questo mi sono perso già 5 anni fa. Non trovavo più i tempi di dialogo, non trovavo più un luogo "umanamente" accessibile: dalle chat comuni, alle chat private, dalle comunità di "settore" a quelle a più ampio respiro, alle applicazioni multifunzione, mi sono quasi relegato i quest'ultimo mondo di comunicazione e condivisione che sono i blog, traccheggiando di tanto in tanto sulle piattaforme sociali odierne.

Ho conosciuto ed incontrato un sacco di gente nei primi 10 anni, grazie proprio allo spirito di novità e libertà che internet concedeva, ho partecipato a diverse pizzate fatte con altre 30 e passa persone delle quali si conosceva solo l'alterego cybernetico, oppure ho incontrato piccoli gruppetti di persone se non con una sola persona alla volta, per il solo piacere di dare un volto a delle parole lette sulla rete. Oggi ho la sensazione che sia tutto un rincorrere aspettative ormonali piuttosto che ideologiche ma che non attaccano nei rapporti, almeno non più come un tempo. Siamo nel terzo millennio e viviamo del fast food cybernetico nei rapporti al punto da sentir dire: "se non sei su faccaidilibro non esisti". Affermazione folle! Esisto è basta! Non è una piattaforma sociale a determinare la mia presenza in questo mondo.

Qualche "vecchio marinaio" di questo oceano virtuale si incrocia ancora, ma sono diventati davvero pochi. Sono curioso di vedere cosa riserva il futuro, personalmente mi aspetto una recessione di molte realtà perché sono sovrappopolate e sature. Solo il tempo giudicherà.
Intanto per ora sono a 15!

martedì, giugno 12, 2012

Non è Solo Questo

Giornata alquanto impegnativa quella di oggi. Sveglia alla solita ora, arrivo mattiniero al lavoro, lentamente riprese le quotidiane attività che mi competono. Le energie sembrano a zero, come pervaso da un senso di svogliatezza, ma non è questo... non è solo questo. Anche le le persone che mi circondano sono allo stremo, ognuno per i propri motivi. L'atmosfera è particolarmente pesante da sostenere. Mancano forse gli stimoli? Non lo so. Non è solo questo. Poi iniziano ad arrivare segnali, tutti orientati nella stessa medesima direzione. Si concretizza un senso di sgomento, un senso di impotenza, un senso di frustrazione. Non è successo niente di particolare, ma le reazioni di chi torna dalla casa madre, una discussione la sera prima che ha lasciato un senso di inconcludenza o di incompiuto forse sarebbe meglio dire. Un riunione dell'ultimo minuto che apre molti quesiti ma che non lascia vedere risposte risolutive almeno nell'immediatezza. Qualche telefonata che ti porta a spalancare le porticine piccole degli armadi personali, che nascondono forse troppi scheletri o quanto meno troppo grandi. Nella giornata ci sono anche momenti di confronto o come mi verrebbe da chiamarli "sconfronto" che danno l'idea del comune sconforto. Poi la giornata lavorativa termina, e me ne torno a casa con quella sensazione di aver dimenticato qualcosa o di non aver fatto tutto.
Compro il pane e resto qualche minuto in attesa per pagare in attesa che la cassiera ci possa dare retta e una persona mi passa anche avanti, ma non me ne preoccupo. La testa vaga sfocatamente su pensieri lontani. Al rientro, altra telefonata anche questa strana, stanca, svogliata nei contenuti, mentre distrattamente guardo una partita di calcio degli europei. La telefonata finisce dopo 50 minuti su per giù. Ed è lì che mi assale quel senso di consapevolezza. Prende corpo quanto discutevo al telefono. Stacco la TV attivo la connessione ad internet e vengo qui a scrivere come ogni volta che troppi pensieri si addensano nella mia testa. Non ho ancora scelto il titolo quando sono a questo punto della scrittura, perché non è a fuoco il vero tema di queste righe. In coscienza lo so ma ancora non lo voglio scrivere, ancora lo sto definendo nei dettagli... si perché non è solo questo. Non voglia di contare quante volte l'ho già ripetuto, ma è tutto qui in queste quattro parole: "non è solo questo"
La nostra quotidianità è l'insieme di molte cose, problemi lavorativi, economici, personali, sociali, storici, politici, ed ho la netta sensazione che anche se non vogliamo ammetterlo siamo tutti vittime della stessa condizione. Siamo preoccupati e non poco. L'incertezza del futuro, l'incapacità di tornare alle nostre vite di prima, la necessaria presa di responsabilità diretta o indiretta ci attanaglia. Ci preoccupa e spaventa di non essere noi i fautori del nostro futuro perché altri hanno il potere di decidere per noi, o così vogliono farci credere. Sento il senso di impotenza verso "angherie" che ci schiacciano e contro le quali non abbiamo armi e difese. Ma non voglio credere che sia così. Non è solo questo. Io ammetto di avere paura per il mio futuro, ammetto che mi sento imprigionato in una strana ed eterea gabbia che mi soffoca e dalla quale non riesco ad uscire. Poi però mi fermo un istante.
Il panico non è mai stato mio amico, quindi lo allontano. Faccio un respiro e con la mente vado a cercare nel mio passato, negli insegnamenti ricevuti in gioventù, a ricordare i ricordi dei vecchi, a ritrovare quella banale quotidianità di un tempo. Mi ritrovo con la mente a vedere il me stesso di 20 anni fa vestito con gli abiti corti di mio fratello maggiore, ad andare in giro a piedi o con una bicicletta scassata di 3 mano. A vedere mio padre che fa i conti di casa per capire se potremo permetterci le ferie o meno, o comprare un nuovo televisore con il telecomando o restare con quello a pulsanti e manopole. Vedo mia madre che lava a mano per non spendere troppo con la lavatrice che consuma troppa corrente. Vedo mio fratello che guida la sua 500 di 4 mano nonostante siano già 10 anni che  ha la patente. Mi ricordo che con meno facevamo di più. Si sta di più con la gente con poco, si stava tutti a darsi una mano, si stava tutti a contare le lire per arrivare a fine mese. Ricordo che il lusso era per altri non per noi. Ricordo che nonostante tutto, c'era dignità, rispetto e solidarietà. Prima c'erano le persone, gli affetti, le questioni importanti della vita erano la salute e qualità della vita. Oggi non è più così. Ci siamo forse smarriti? Ci siamo imborghesiti inconsapevolmente? Certo che oggi siamo terrorizzati di quanto ci si pone davanti tutti i giorni e siamo tutti struzzi: nascondiamo la testa, distogliamo lo sguardo perché non vogliamo comprendere che non sia più borghesi. Io sono sempre stato spiantato e lo resterò per tutta la vita: me ne vanto. Avrò sempre gli abiti corti, vecchi e di qualcun altro, ma non mi importa. Voglio tornare ad avere coscienza di me stesso, della mia dignità di essere umano, di ricordare che non sono il solo. Parecchie volte l'ho scritto e anche questa volta mi ripeterò. Sono un fortunato e di questo sono grato. Nonostante periodi meno buoni, non voglio dimenticare che sono non ho motivo di lamentarmi. Voglio ritrovare equilibri antichi da condividere con chi ha la medesima comunione di intenti, e lo so che non siamo pochi.
Non è solo questo, è che la vita è faticosa, ogni giorno le responsabilità e le difficoltà ci mettono alla prova, non sono da evitare, da svicolare o ingannare, sono da prendere ed affrontare, giorno per giorno, perché questa è la vita. Senza sarebbe tutto troppo noioso e non potremmo avere modo i risollevare la testa, che è la cosa che ci riempie, che ci fa sentire vivi e ci fa sentire noi stessi. Non solo io, molti si ritrovano con questo senso di impotenza, frustrazione e sconforto, per questo sarà più facile ritrovarsi e giorno giorno dopo giorno disegnare una mondo che ci piace di più, in ogni aspetto.
Non è il lavoro a nobilitare l'uomo,  affrontare la vita che ci rende nobili e signori!

Ora torno agli europei, i pensieri sono meno densi e posso ritornare alla routine per finire questa giornata e iniziare quella di domani che affronterò meglio di oggi o di ieri.

giovedì, aprile 05, 2012

Svanire, Divenire. Essere!

Io. Ed è così che ci risiamo, come poteva mai essere diverso, quando ti sembra che le cose stiano tutto sommato funzionando o procedendo, ecco che arriva il solito bambinetto molesto a rovinare il tutto. Si perché viene proprio lì a mettere il ditino e rovinare l'ingranaggio.
Me. No, non è vero non è così!
Io.Si certo il tempo passa dunque le cose è normale che cambino, in meglio o in peggio è sempre difficile dirlo, ma come conseguenza naturale dello scorrere del tempo, le cose cambiano.
Me. Si questo sì!
Io.Siamo concordi dunque è normale che ad oggi i cambiamenti sostanziali sono circa su per giù 5 forse 6 o anche 4 ma insomma, è normale che la morfologia venga stravolta, sottoposta a interventi chirurgi più o meno rilevanti tali da cambiare la percezione futura oltre che il percorso da intraprendere.
Me. Beh, si certo si può concordare con questo, ma...
Io. Niente ma, suvvia che vuoi che sia? Cambiare fa bene, tanto se ci rimettono le solite persone, tanto danno non si fa... no? E poi dai che è diverte ricominciare da capo, ogni volta, portando in alto nuovi volti, per nascondere quelli vecchi (per non dire nefasti), così da avere l'idea che sia sempre tutto una novità, dando modo a qualcuno (forse i soliti) di gongolare per la creatura creata.
Me. Ma, non direi che...
Io.Va bene, va bene. Te lo concedo non è sempre tutto oro quello che luccica, ma d'altronde che si poteva fare di diverso, insomma... dai. Certe cose non si potevano più lasciare così, un po' più di stress e un po' più di pressione cosa vuoi che siano per gente come noi che sa sempre riqualificarsi, rinnovarsi e soprattutto reinventarsi? Sono bazzecole, in fondo ne abbiamo passate tante altre. Dai che andrà tutto bene.
Me. Eh no! Ora ti dico io, come la penso! Concesso che i cambiamenti siano fisiologici, ma non così frequentemente e per certi versi radicali, come quest'ultimo. Vero certe situazioni erano insostenibili, ma perché oggi noi dobbiamo perdere la nostra identità. No. Non parlare, lasciami dire ed ascolta. Forse non vuoi accettare l'idea che stiamo svanendo, perdendo quell'identità che ci rendeva di sostanza e cocnreti, stiamo divenendo solo ombre più o meno scure, con la tendenza ad essere trasparenti ed impalpabili, che nessuno più vedrà, perché ci perderemo nelle molte altre ombre che riempiono gli scaffali dell'oblio. Si, te lo concedo, lo leggo nei tuoi occhi, sono forse troppo disfattista e pessimista, ma non puoi negare che tutto quello che è stato costruito, andrà perso e forse nessuno avrà tempo di rendersene conto e di rammaricarsene. Te lo ripeto rischiamo di svanire e divenire un qualcosa di meno pregiato e meno nobile. Non mi bastano più tutte le giustificazioni di questo mondo. Ma non abbiamo i mezzi per impedire questo declino, siamo stati troppo bravi a dissolvere matasse, togliere maschere, illuminare angoli bui e questo ha spaventato il mostro che oggi chiede l'obolo per la nostra sopravvivenza. Il tuo volto parla da solo, anche tu sai e concordi che è così, ma ti volevi illudere, ma la tua coscienza come la mia non ci stanno a questi compromessi.
Io. Si è come dici. Ma cosa possiamo fare allora?
Me. Cosa? Semplice quello che abbiamo sempre fatto. L'esperienza e la malizia non ci mancano per fare quello che sappiamo fare meglio. Ripartiamo da qui: ci rimbocchiamo le maniche e secondo le regole del Sun Tzu proseguiremo per il cammino che ci si para davanti. Tanto nessuno può corrompere quelle che siamo, mai, abbiamo troppo rispetto per noi stessi e come sempre non ci portiamo in collo nessuno. Fosse anche tra qualche anno, ma ritroveremo l'ordine delle cose ed il loro senso, i modi per combattere sono innumerevoli, troveremo anche in questo frangente la giusta chiave di volta.

lunedì, febbraio 21, 2011

La Finestra

Tra i nuovi mezzi di comunicazione sulla rete la chat è quella che rappresenta meglio il concetto di finestra sul mondo, attraverso questo strumento è possibile raccogliere un certo numero di persone nello stesso momento e metterle in condizione di comunicare, scambiare, confrontare tutta una serie di argomenti, esperienze, emozioni e pensieri di ogni genere. Per quello che la mia esperienza permette ho visto la crescita di questo mezzo di comunicazione nonché la sua trasformazione. Pur ammettendo che il mio punto di vista è limitato, personalmente non mi ci ritrovo più con le chat moderne, non tanto per la complessità che possono presentare, bensì per i contenuti che vi leggo e l'uso che ne viene fatto.
Nel periodo del mio inizio le funzionalità erano assai ridotte ed essenziali, ma era quanto bastava a permettere di comunicare con persone di altre città sia condividendolo con tutti o solo con una persona alla volta, e l'uso era uniforme tra tutti, cioè tutti erano lì per chiacchierare con gli altri, leggere di idee diverse, contestate con toni rispettosi, scoprire nuove cose, usi costumi, ecc. Nel tempo la crescita nell'uso di internet ha necessariamente aumentando le potenzialità degli strumenti tra cui anche le chat, che hanno preso aspetti grafici più accattivanti e nuove funzionalità sia grafiche che di comunicazione e controllo, ma nel contempo è cambiato anche l'approccio allo strumento. Ancora oggi non riesco a individuare una causa unica di questa trasformazione, sono più propenso a pensare che siano molteplici e fondamentalmente figlie di un abuso di comunicazione comprese le parti meno ingenue derivanti dai nuovi usi, dalle nuove mode. Così siamo arrivati in una stanza in cui non si chatta (scrivere) solamente più, ma si può parlare e vedere  i propri interlocutori, personalizzando i famosi nickname, che invece erano peculiarità delle vecchie chat ovvero dei nomi di fantasia attraverso i quali mostrare solo alcune parti di se e solo successivamente il resto. Ora questa trasformazione delle potenzialità delle chat e le nuove abitudini sociali hanno fatto si che la socializzazione mascherata divenisse trasparente portando al fast-food dello strumento. Si determina subito se l'interlocutore ci piace o meno, se ci voglio fare una cosa piuttosto che un'altra, si arriva troppo presto e determinare simpatie e antipatie, prevaricando tutte le netiquette del caso.
Ovviamente non tutte le chat o non tutte le stanze delle chat sono uguali e rispecchiano quello che descrivevo, ma proprio per questo dilagare con temi prestabiliti nei nomi delle stanze, nella conformazione iniziale della chat ho la sensazione che si sia perso il fascino iniziale della finestra sul mondo della rete: una finestra attraverso la quale vedere qualcosa di nuovo, un opportunità di non esporsi troppo osservando e lasciarsi osservare a piccole dosi, portando le persone a scrivere i pensieri; già scrivere i pensieri che si sono tramutati in codici cifrati di parole modificate, contratte, condensate in codici fiscali, simboli convenzionali che diminuiscono la capacità di espressione e definizione dei pensieri. Oggi ogni volta che entro in chat perdo solo 15 minuti per entrare in simbiosi con le terminologie ed i ritmi di interazione per non essere escluso dopo solo due righe scritte perché abituè del antico modo di approcciare, o come spesso accade vengo letto come una lingua straniera. Poche inoltre sono le isole felici dove entrare, poter salutare ed essere ricambiati, ed essere incluso nei discorsi, per la maggior parte delle ambientazioni sono tutti personaggi che si conoscono e costruiscono microclimi di dialogo dentro i quali resta difficile entrare. A tutto questo si aggiunge un enorme aumento delle diffidenza: mentre un tempo la chat 1 a 1 erano un po' una sfida ma ancora si poteva tentare, oggi è facile trovarsi sbattuta la porta in faccia, addirittura senza replica solo per preconcetti e prevenzioni eccessive. La finestra sul mondo di internet che conoscevo io, non c'è più. Non c'è più modo di raccogliere un po' di persone dalla chat e ritrovarsi intorno ad una tavolo a mangiare una pizza chiamandosi per nickname ridendo per l'assurdità della cosa, e conoscere così nuove persone senza secondi fini, ma solo per il piacere di stare insieme... certo oggi è tutto più complicato e rischioso, ma da dove è venuta tutta questa diffidenza e superficiale indifferenza per il pensiero altrui? L'estremizzazione del iocentrismo sta portando a una estremizzazione ed allontanamento delle persone dalle persone, seduti ad una scrivania davanti ad un monitor a scrivere di leggerezze piuttosto che di sconcezze senza preoccuparsi di cosa o chi ci sia dall'altra parte, senza interessarsene veramente, solo per passare delle ore collegati in una chat dimenticando il mondo reale fuori...
Si trovano ancora persone apprezzabili con cui dialogare ma sono sempre meno e guarda caso di una generazione molto vicina alla mia; nelle nuove c'è arroganza, irriverenza, diffidenza e poca voglia di scoprire e scoprirsi (non dai vestiti) ma dei pensieri e delle emozioni; sembra che le chat oggi siano ritrovo per la fuga dalla realtà cercando conforto nel disagio che si diffonde sempre più nel vivere le nostre vite, vittime tutti di una tipologia di comunicazione che ci globalizza tutti verso modi e consuetudini stereotipanti e alienanti. Si dovrà aspettare una drastica caduta della babele cybernetica per ritrovare il gusto del dialogo?

giovedì, febbraio 03, 2011

Sublimando & Subliminando

Anno 2011 siamo da un decennio nel terzo millennio. Della storia che ho studiato ricordo molto poco lo ammetto, ma è anche vero che con il bombardamento mediatico a cui siamo sottoposti, non c'è bisogno di ricordare, ci ricordano gli altri gli eventi del passato. In questo terzo millennio oramai ho la sensazione di vivere l'esistenza che altri mi impongono a suon di slogan che cantano il meglio di me, di promesse quantomeno farlocche, di mode e consuetudini d'avanguardia proprio perché siamo nel futuro... Beh mi sono bello che stufato di accettare questa realtà che è palesemente obliante! La storia pare che sia un evento da gossip più che un momento storico che ci dovrebbe ricordare/insegnare qualcosa, un momento di vanagloria per poter dire "sono stato bravo ho reso memoria" peccato che tutto venga distorto; sia ben chiaro non è che parlo della storia quella importante come qualche evento tragico di cronaca nera, o un evento bellico di portata mondiale o la liberazione da una oppressione o di un evento catastrofico, parlo della storia che fa comodo a chi ce la racconta. Il concetto è di per se un po' elaborato ma provo a rendervi partecipi in qualche modo.
Nel mio percorso scolastico ho avuto occasione di studiare la storia negli usi e costumi dei vari periodi più importanti, ed in parallelo anche le arti figurative più o meno sempre per gli stessi periodi. Bene premesso che all'epoca ero una giovane mente scevra da inquinamenti politici e dai preconcetti sociali, ho assimilato dei principi di espressione visiva e dei concetti sociali che mi fanno oggi pensare di essere preso in giro da chi ha, diciamo, forza ed espansione di comunicazione. Più mi guardo attorno e più mi sembra di vivere in un giornale patinato, si perché vedo una desolante popolazione fotocopia in mezzo alla quale ben pochi si distinguono e per lo più per questioni non eccellenti; tutti vestiti come suggerisce "la moda", tutti a rincorrere canoni di estetica, tutti a stare al passo con strumenti tecnologici d'avanguardia, tutti a vivere una vita omogeneizzata... I sistemi di comunicazione odierni sono stati monopolizzati dagli studi di marketing e sociologici, che hanno instaurato un regime tale da avere il controllo delle masse sfruttando un vecchio concetto degli anni 80 impiegato nel cinema, ovvero la subliminazione. Già attraverso meccanismi che superano il conscio e si radicano nell'inconscio si può ottenere il condizionamento delle persone su cui si va ad intervenire, e in questi ultimi 10 anni devo dire che chi ha usato questo strumento è stato davvero molto bravo, ma davvero tanto. Attraverso i canali più disparati sono riusciti a mettere mano su ogni categoria merceologica dalla quale ognuno di noi può attingere, mettendo a frutto quello che più banalmente viene chiamata pubblicità. Si perché tra aspetti pubblicitari, mezzi di informazione di varia natura culturale e istituzionale, hanno drogato la popolazione che fa sempre più fatica a ragionare con la propria testa perché viene bombardata ogni momento da "qualcosa" che li induce a fare e pensare le cose in un certo modo. Vi facciamo un esempio: io sono una persona che fisicamente è fuori dalla media nazionale e di conseguenza sono obbligato a ricerche estenuanti per quanto concerne l'abbigliamento, sono obbligato a valutare ambienti in cui inserirmi (aerei, treni, auto, tavoli nei locali pubblici, ecc.) da un punto di vista più dimensionale; bene la conclusione è che non posso vestire come gli altri, non sono comodo negli ambienti dove comunemente stanno gli altri, e mi rendo conto di essere costantemente fuori dalla portata di un sacco di cose; stessa cosa potrebbe accadere con chi ha delle allergie e/o intolleranze alimentari gravi. Per questo mi ritrovo a dover guardare oltre ogni cosa e mi sono reso conto che nella media nazionale tutti sono omologati a quanto propone il mercato che sia dell'abbigliamento, dell'alimentazione, della mobilità, della comunicatività... tutti chi più chi meno si allineano con quanto si trova a portata di mano che sia accessibile o meno (facendo poi conti con i debiti). Come vi dicevo inizialmente nel mio corso di studi ho seguito anche la comunicazione visiva, dove mi venne insegnato che in questa arte/pratica occorre raggiungere lo scopo di comunicare un qualcosa in modo pratico diretto, adottanto tutta una serie di accorgimenti che possano agevolare l'interazione con i vari soggetti: bene oggi questa pratica ha superato il limite! Guardatevi attentamente intorno, dentro casa, in auto, a scuola, in palestra, per strada e nei locali che frequentate per la maggiore. Cosa vedete? Io vedo molto di uguale e monotono e poco di distintivo e significativo, le differenze stanno solo nei prezzi in conclusione.
Le persone sono anonime, si distinguano solo negli eccessi caratteriali o di abbigliamento, le auto sono tutte pressapoco con le medesime linee e dimensioni, i locali si sono più o meno tutti uniformati a ben vedere almeno per categoria e per tipologia di frequentazione, nei supermercati tutti i prodotti si assomigliano e cambiano per la confezione ed i colori ma alla fine è sempre la stessa roba, e la roba che ti vendono loro e non quella in particolare che cerchi tu; in tv i programmi oramai sono contenitori preconfezionati che ci vengono propinati di stagione in stagione con lievi cambiamenti per mantenere un minimo l'attenzione e l'audience... Insomma la comunicazione visiva  subliminale ha fatto si che ci fosse una enorme stereotipazione dei soggetti, negli usi, nei costumi e nella cultura, nei consumi. Qualcuno potrà obbiettare che non è così: potrei anche concordare peccato però che a ben vedere i programmi televisivi di un certo livello sono oltre le 23.00, quando va bene, altrimenti ancora più tardi ovvero quando è oramai ora di andare a dormire, i negozi per alimenti stanno quasi scomparendo, varietà di compagnie telefoniche ci sono, ma alcune fanno le stesse tariffe e promozioni, i vestiti cambiano, ma fino ad un certo punto, cambia giusto il nome e modo di esprimere la taglia.
Ho volutamente omesso la tecnologia, strumento attraverso il quale vi scrivo... perché vorrei che ci rifletteste per conto vostro rispondendo a questa domanda: quanto della tecnologia che vi circonda è oggettivamente necessaria nella vostra vita, considerando il cambio generazionale che ha ossia all'incirca ogni 4 mesi di proposte sul mercato e circa 8 mesi nel vostro acquisto o utilizzo?

In conclusione personalmente ritengo che ormai siamo schiavi di quello che ci viene propinato; la falsa idea che abbiamo della libertà di sceltà è  per me solo una chimera creata per darci l'illusione di non essere dei burattini. Che sia politica, salute, alimentazione, tecnologia, connettività, comunicazione, qualità della vita, condizione lavorativa... tutto è soggetto a subliminazione e non possiamo esimerci dal subirla passivamente. Potrà sembrare desolante ma dal mio punto di vista è così!

martedì, settembre 28, 2010

Immaginarsi

A quanti è capitato di sentirsi domandare da piccoli "cosa vuoi diventare da grande?" oppure "che lavoro ti piacerebbe fare?". Sono da queste domande che iniziamo a immaginare noi stessi proiettati nel futuro impersonificando qualcuno. L'immaginario da bambini è un qualcosa che mi ha sempre affascinato perché la fantasia si metteva in moto con un nonnulla e si facevano dai sogni ad occhi aperti dove in taluni frangenti si andava anche a coinvolgere la realtà del momento. Peccato però che tale capacità con il crescere diminuisce e la fantasia viene sostituita con l'ambizione dettata per lo più credo da una specie di ammirazione. Così dall'immaginarsi da piccoli a grandi nei panni di una figura che è per lo più idealizzata e dogmatizzata pian piano si va a definire una aspettativa di se stessi sempre più materiale e concreta che impatta con la realtà che ci circonda. Mentre da anime innocenti l'immaginazione ci guidava in situazioni in cui eravamo qualcuno forse si di importanti, ma di buon carattere e rivolti a essere utili e protagonisti nel fare, diciamo, del bene con il passare del tempo attraverso l'adolescenza e poi con la maggiore età ed infine entrando nel mondo degli adulti l'immaginazione si affievolisce e lascia spazio all'ambizione, non necessariamente negativa, ma certamente rivolta alla concretezza delle necessità scegliendo passo dopo passo le scuole (chi più o meno indirizzato) le attività da svolgere nel tempo libero dove crescono aspettative e ambizioni e in troppi casi forse anche delle frustrazioni che alimentano la voglia di essere qualcun altro. L'immaginario semplice e multicolore e multidentià che da bambini ci permetteva di sognare e alimentare la voglia di crescere, mano a mano scompare si spegne lasciando posto a nuove immagini di se che si riflettono naturalmente dalla realtà che ci circonda e con la quale ci si deve confrontare.
Ci sono bivi ogni volta che si devono imboccare che ci portano ad esperienze diverse o similari dagli esiti a volte buoni a volte meno buoni che formano la nostra personalità. L'immaginario non c'è più c'è la crescita e la relazione con il mondo circostante che definiscono la nostra identità sia reale che percepita. Tale identità non sempre ce la sentiamo addosso nel modo più appropriato e nascono così esigenze di auto-espressione che non sempre vengono recepite dagli altri e forse anche da noi stessi.
Dalla sensazione che abbiamo di come veniamo percepiti possiamo vivere bene la nostra identità, come male cercando così nuovi rifugi più o meno condivisi e più o meno reali. Chi si da alla musica, chi allo sport, chi alla scrittura come ancora invece attraverso nuovi strumenti di relazione andiamo ad assume nuove identità che non sempre sono debitamente trasparenti. Uno di questi casi in cui si può prendere una nuova identità è il mondo virtuale che sia un videogioco più o meno di ruolo che sia internet con la sua capacità di nascondere mentre ci si mostra. Crescono paralleli così dei personaggi più o meno nuovi e più o meno veritieri che alimentiamo in un nuovo immaginario che però è limitato al contesto in cui si è inseriti che per quanto ampio e vasto possa essere come il mondo di internet soprattutto, non sarà mai tanto vasto come l'immaginario che può creare e gestire un bambino. Mentre su internet si è legati a nickname e avatar, che volendo nel tempo cambiano, ma restano isolati nel contesto in cui si è riconosciuti e non oltre come una community o una chat o socialnetwork... al di fuori di questi contesti occorre replicarsi e non è mai detto che ci si relazioni allo stesso modo: cambiando contesto cambia l'azione di reciprocità per forza di cosa per poter essere accettati e inseriti nel "sistema ambiente" nel quale ci si è temporaneamente collocati. Queste limitazioni nell'immaginario fantastico di una mente fertile e fervida come quella di una bambino, ancora libero da pregiudizi ed esperienze castranti al punto da poter spaziare ovunque ogni possibile combinazione di ambiente, colore, lingua, scenario e relazione con i vari personaggi che possano essere immaginari quanto reali superando i limiti di strumenti e ambientazioni.
Pur non volendo ammettere la ricerca di una propria identità attraverso quanto la quotidianità ci consente; è l'istinto del bambino che è in noi che continua a cercare il proprio immaginari,o nonostante oramai da adulti abbiamo troppe responsabili e relazioni condizionate ci si ritrovi limitati e si sia obbligati ad accondiscendere a strumenti appositi per avere identità quanto più realistiche o immaginarie rasentando anche i limiti della decenza e comprensione. Schiavi di un sistema che propone una iconografia di uomini e di donne pressoché fotocopia cerchiamo a volte di liberarci dalle catene di una identità che abbiamo ma con cui conviviamo a fatica trovandoci ad ammirare ed emulare personaggi che crediamo migliori di noi come vita e come benessere.

Da qualche tempo non venivano riversate qui delle parole è il motivo di base era legato alla ricerca del giusto immaginario, ricerca nella quale immaginare una identità rappresentativa, ricercando della, forse troppo, lontana immaginazione del bambino che ancora potrebbe nascondersi dentro ognuno di noi; ricerca della libertà senza limiti, scrollandosi di dosso etichette e responsabilità, vizi e preconcetti gravose zavorre che impediscono di immaginarsi ancora una volta senza ambizioni e aspettative, ma semplicemente essere quello che si vuole. Per taluni è coltivare un sogno diventare qualcuno, per altri è ambizione, per altri ancora una vocazione, ma resta il fatto che immaginarsi in un modo è concedere a noi stessi un modo per comunicare e relazionarsi con se stessi e con il resto del mondo.