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lunedì, febbraio 02, 2015

Che Dire...? Scomunicato!!

scollegato? scomunicato? disconnesso?
Più passa il tempo e meno trovo tempo. Fu una scommessa oltre che una delle tante sperimentazioni sul web quella di approdare su un blog, scelta che mi coinvolse ben oltre le mie aspettative; però col passare degli anni ed il cambiare delle piattaforme, molto di quell'entusiasmo è andato perdendosi.
Sono combattuto nella mie sensazioni e nelle mie necessità: mi manca venire qui a scrivere quel che mi passa per la testa, ma il poco tempo che mi rimane delle mie giornate tipo il più delle volte non mi invoglia a scrivere. Ma a ben pensarci la cosa potrebbe essere anche più complessa che non solo la mancanza di tempo. Nei momenti più disparati mi vengono in mente titoli e contenuti per dei post, spesso simpatici ed accattivanti, ma quando poi arrivo a casa, mi trovo svuotato e senza energie comunicative, come se il semplice fatto di aver pensato al titolo ed al contenuto del post equivale ad averlo scritto, tanto da non aver più voglia di cimentarmi a digitare sulla tastiera; sembra quasi che mi stia facendo il mio blog personalissimo in testa e non mi serva più venire qui a trascrivere i pensieri in parole di senso più o meno compiuto. Ma non è tutto, come ho scritto ultimamente, mi manca la volontà di "scambiare" di condividere e mettere in vetrina i mie pensieri; il senso di delusione che mi accompagna ultimamente dalla manca di relazioni "fisiche" tra le persone mi trascina nello sconforto e nell'ottusa convinzione che gli strumenti "social" allontanano le persone anziché avvicinarle; se un tempo internet accorciava le distanza, avvicinava le culture ed i pensieri, oggi internet con tutti i suoi strumenti allontana, tiene le persone a quel giusto distacco per  imperdire di approfondire il rapporto, mantiene quella diplomatica distanza per non farsi "leggere" dentro, evitando così il rischio di rivelare la propria intima natura con i suoi pregi ed i suoi difetti.

Quasi 2 anni fa abbisognavo di un telefonino e controtendenza me ne sono procurato uno che non era quello che tutti oggi hanno per le mani. Un semplice telefono con una videocamera di bassa qualità, nessuna uscita/ingresso usb, niente infrarossi, niente di niente: un telefono portatile come quelli degli anni '90. Ebbene senza uno straccio di applicativo che viaggi su internet sono quasi completamente fuori da ogni comunicazione di massa. La scelta fu ponderata: non volevo diventare uno schiavo di uno strumento. Ed ecco che 2 anni dopo vedo la maggior parte della genete che ad ogni occasione è a capo chino su questi marchingegni infernali a watsappare, a facebookkare, a twitteggiare, passando instancambilmente da una applicazione all'altra; io d'altro canto sono invece a testa alta a guardare tutti gli altri che a testa bassa pare si stiano guardando tutti i piedi; camminano a testa bassa, parlano al telefono mentre a testa bassa smanettano su queste virtuali tastiere qwerty a digitare millemila caratteri che riempiono internet di chissà quale saggezza popolare. Non riesco quasi più a vedere il volto delle persone, specie quello delle ragazze: sigh!

Che tristezza.

In quelle rare occasioni in cui riesco a scambiare due parole, mi accorgo che mentre io potrei abbondantemente superare i 140 caratteri il resto del mondo è fermo a 139. Non trovo più stimoli di conversazione che siano ritmati, continuativi e interettivi al punto giusto... mi si sta atrofizzando il cervello. Quindi che dire...? Mi domando se ha ancora senso venire qui a scrivere più di 139 caratteri, quando già al 50mo tutti smettono di leggere? Mi rammarico di avere un blog di oltre 100 post all'anno nella mia testa e non riuscire quasi a scriverne 1 al mese come nell'anno appena trascorso.

Per ora, mi accontento di essere qui questa sera a "lamentarmi" del fatto che non più molto da dire: mi sento "scomunicato e disconesso".

martedì, dicembre 09, 2014

La Danza dello Strillone

Strillone di ieri e di oggi
C'era un tempo in cui nel mondo dell'editoria esistevano un sacco di figure lavorative che contribuivano alla diffusione delle notizie, dei giornali quotidiani, delle pubblicazioni più interessanti. Uno di questi mestieri era quello dello "strillone" ovvero colui che, per mestiere, vendeva giornali per le strade o in luoghi pubblici annunciando ad alta voce le notizie più interessanti. Ebbene questo ruolo oggi non esiste più o quasi, almeno in italia. Progressivamente il ruolo è stato soppiantato dalla locandine gialle su cui vengono riportati i titoli e/o la notizia più accattivante per invogliare il pubblico ad accedere all'edicola o al giornalaio per comprare una copia del quotidiano, ma anche questo strumento, oggi è in disuso a causa del proliferare delle "notifiche" virtuali che raggiungono i media elettronici molto diffusi ed in mano a tutti. Ma a ben pensarci, non è del tutto vero. Se ci penso bene mi vengono in mente due tipi di lavoratori che ancora fanno rivivere almeno in parte la figura dello "strillone".

La prima è quella degli omini posti agli incroci ed ai semafori tra le 00:00 e le 9:00 che zigzagando tra il traffico e cercando di non farsi investire dalle auto si adoperano per vendere ai trafelati automobilisti le prime edizioni dei quotidiani stampati nella notte; oramai questi personaggi sono tutti per lo più extracomunitari che cercano di sbarcare il lunario, visto che gli italiani snobbano ogni tipo di lavoro che non sia ad una scrivania. L'altra figura invece è relativa ai ragazzi e ragazze che si prestano (spero retribuiti in qualche modo) a fare distribuzione delle copie dei nuovi media definiti come free press, che vengono distribuiti per lo più agli accessi delle metropolitane e/o ai capolinea dei mezzi pubblici di terra. Ognuno di loro con in braccio una risma di giornaletti sottopone più o meno attivamente le copie ai passanti cercando di aumentare la diffusione del free press con i relativi contenuti.

Entrambe le figure che ho descritto non sono certo lavori facili, vuoi per il posizionamento, vuoi per il rischio di essere travolti dalla folla uscente in massa dalle metro o dalla fiumana di auto che sfrecciano sulle strade ai semafori, a ben vedere non tutti sarebbero capaci di fare questo mestiere, perché richiede una buona dose di pazienza, una grande capacità di rendersi affabili e degni di fiducia al primo colpo d'occhio, per far accogliere la propria azione di distribuzione. Ogni giorno ci sono moltissime persone che danzano sulla strada e davanti alle stazioni delle metro, piroettano di qua e di là, stendono un braccio in alto e in basso per lasciar passare dalla propria mano a quelle del passante un giornale con delle informazioni, delle pubblicità, delle notizie e perché no anche anche delle intenzioni; ballano a destra ed a sinistra, nella speranza di compiere al meglio il proprio "lavoro" oggi non adeguatamente compreso: ovvero elargire chi gratis e chi no l'informazione scritta e ponderata. 

Personalmente mi ci sono riavvicinato grazie ad una idea interessante di un free press, #MiTomorrow, che riporta le notizie del giorno dopo, ovvero degli eventi più salienti dei giorni che seguiranno (le notizie del domani), ma soprattutto perché sono stato catturato dall'appeal della strillona di base alla metro/stazione di Garibaldi. Ci passo praticamente tutti i giorni ed ammetto che sono stato calamitato dalla sua capacità "silenziosa" di proporsi; affascinato al punto di essere rimasto una sera, ad osservarla giusto qualche minuto, in lontananza, mentre danzava da una parte all'altra di fronte alle scale dell'accesso della metro, da cui spuntavano i viaggiatori, stendendo il suo braccio con in mano la copia del free press che distribuisce e che si propone in un momento della giornata diverso dal solito, la sera. La "mia strillona" preferita poi ha anche la capacità di riconoscere i clienti diciamo più "fedeli" e fidelizzarne il rapporto, relazionandosi sempre più con essi con piccoli accorgimenti che fan sì di rendere il momento di incontro/scambio un momento tra persone e non tra "fantasmi in fuga". Molti sono quelli che driblano la raggazza del "domani da leggere" ma infaticabile lei prosegue, gioendo per le occasioni in cui riesce a concedere il free press ai passanti, elargendo il giornale ed un sorriso. 

Ormai per me, è un appuntamento d'obbligo quando sono a Milano, non tanto per la lettura che mi si propone che è spesso d'interesse, ma quanto per il momento in cui prendo il giornaletto, seguito da un sorriso ed un saluto non scontato, che creano così  insieme al piacevole volto della "strillona" il momento migliore della mia giornata lavorativa.

sabato, maggio 03, 2014

Cena con...

La Zugo Torta - Creazione di Alina's Candy Wordl
Come mio solito non organizzo mai nulla per il mio compleanno, non tanto perché il passare del tempo mi preoccupi, direi più il fatto di non mettere nessuno in difficoltà nell'accettare o meno o di sentirsi in obbligo di farmi chissà quale regalo che non voglio. Con il passare del tempo però ho scoperto ed anche imparato che ci pensano gli altri per me. Sia chiaro non è né una lamentala né una pretesa: anzi è una cosa che un po' mi imbarazza ma che mi fa certamente piacere. E così come ogni anche quest'anno i miei amici si sono prodigati per sollecitarmi per fare in modo di ritrovarci tutti per una cenetta senza impegno, ovvero una pizza. Così per non essere il solito "orso asociale", non mi nego e prendo l'iniziativa indicando il posto dove cenare e mi premuro di prenotare il tavolo ad un orario adeguato un po' a tutti. Allora mi vien la strampalata idea di ritrovarci nella stessa pizzeria dove avevo salutato un po' tutti prima di partire per le terre laziali. Questa volta però eravamo solo 8 intimi amici, alcuni nuovi, rispetto ai 14 che si era ormai quasi 5 anni fa. Ebbene, la serata è scivolata via tranquilla e devo dire affamata per tutti perché molti si sono rimpinzanti con pizze giganti dalle farciture delle più interessanti e golose, qualcuno si è anche deliziato a spillare la propria birra dalla spina portabile da 1 litro, e per una volta in vita mia ho visto tutti i piatti spazzolati a dovere anche dalle gentil dame che erano con noi al tavolo, nemmeno un crosta lasciata in giro. Non appena poi il tavolo si è liberato dei piatti vuoti, eccoche la serata si colora di verde grazie alla sorpresa per il sotto scritto che si è ritrovato con una torta personalizzata a dovere.

Torta realizzata ad arte, tutta verde, dal pandispagna, passando per crema della farcitura (ricca anche di goccie di cioccolato), arrivando alla glassatura ed alla decorazione; decorazione favolosamente realizzata tutta con lo zucchero rappresentante uno dei miei vecchi avatar di internet, ovvero il geco anche lui verde a dovere, e come ha ben notato una delle mie commensali, solo partendo da una foto la pasticcera è riuscita a immortalare con lo zucchero il soggetto richiesto per la decorazione della torta. Ebbene sono rimasto davvero stupefatto dalla grande abilità della creatrice di questo gioiellino culinario, che oltretutto ha soddisfatto tutti. Non posso quindi non lasciare a voi una traccia di dove trovare questa ragazza, oserei quasi dire artista, davvero capace e per me sorprendente, e scommetto, quando vedrete la sua foto gallery sono certo che la penserete come me: Alina's Candy World

La serata poi è proseguita in altro loco per continuare a godere della compagnia dei commensali, che anche se inizialmente sembrava dovesse disperdersi, alla fine è rimasta compatta sino all'ultimo, sorseggiando chi bibite chi moscato chi birra. In conclusione una serata piacevolissima e sorprendente per la Zugo Torta, e forse non solo per quella!

sabato, settembre 01, 2012

Autunno Caldo - Dov'è il Quarto Stato?

1901 - Quarto Stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo
(inizialmente intitolato Il cammino dei lavoratori)




Manca poco all'autunno, meteorologicamente in queste giorni ne stiamo assaggiando un po' le premesse. Ma se come stagione l'autunno prevede l'abbassamento delle temperature, temo che socialmente sarà molto caldo. Seppure se ne senta parlare nei telegiornali, si leggano articoli su varie testate giornalistiche e le varie news su mondo del web, ho come la sensazione che neanche quest'estate di vacanze al ribasso ancora abbia aperto gli occhi alla popolazione italiana. Non voglio sembrare delatore o disfattista ma i segnali non mancano per recepire che la situazione non è per nulla rosea ne in via di miglioramento. Siamo una nazione vecchia, e stiamo lasciando anche che la nostra ricchezza fugga dal nostro paese, in silenzio a favore di culture economiche che si stanno preparando a spostare gli equilibri lontano da noi. Sono vago?
Bene per nazione vecchia intendo che con il sistema pensionistico in revisione ogni anno se non ogni semestre rallentano l'uscita dei lavoratori ultra 60enni e impediscono l'inserimento delle forze fresche (notizie di ieri disoccupazione al 34% solo tra i giovani), questo prevede stanchezza e disinteresse da parte del lavoratore, che aspetta solo più di andare via pagato al massimo possibile e non cura gli interessi dell'azienda e dell'economia italiana, lamentandosi di un governo schiavista. Io sono nella generazione di mezzo e sto pagando le pensioni di oggi e non certo la mia pagando i contributi con il mio lavoro che oggi valgono almeno il 35-40% dello stipendio (calcolatelo come volete, ma così è!).
Per quello che riguarda la ricchezza che fugge dal nostro paese invece mi rifaccio alle troppe volte che ho sentito dire dagli stessi extracomunitari e non solo loro, ma anche etnie dell'est (non sono razzista si chiaro) che non sono qui per vivere qui (e sono ancora troppo pochi)  ma che sono in Italia per avere qualche opportunità in più (la maggior parte) ammettono serenamente di prendere buona parte del loro guadagno,onesto, e lo investono nel loro paese e non nel nostro: questo per me è un danno enorme, sono soldi che arricchiscono altre realtà e non quella del mio paese, ritrovandomi tra 10 anni a dover concorrere con aziende che si trovano all'estero più sane e floride di quelle del nostro paese che stanno morendo poco a poco.
Oltre a questo ci volgiamo aggiungere la "Revisione della Spesa Pubblica", la "pressione fiscale" alta e che tenderà a crescere (iva 23% a giugno 2013), e che siamo nel pieno apice delle conseguenze negative dei mercati del lavoro degli ultimi 5 anni di crisi?
Seppure io mi ritenga, per il momento, un privilegiato del lavoro guardo al mio futuro, che non sarà diverso da  quello degli altri, con preoccupazione crescente: non vedo un paese che si sta rimboccando le maniche e si stringe in un coro forte e insormontabile in cui rompe i tavoli di discussione, rivolta i sindacati odierni (svenduti e inflazionati) e scende in piazza davanti al governo e chiede giustizia, norme e azioni concrete per rafforzare lo strato sociale che produce ricchezza e rimpingua le tasche di tutti tranne che le proprie. Non vedo una coesione nel smettere le cattive abitudini sperperando i pochi soldi rimasti per cose superflue. Sarà che sono un romantico e ancora ho ben in mente il dipinto di Giuseppe Pellizza da Volpedo che rappresentava il "Quarto Stato" in marcia verso il "Signore delle terre.." per chiedere una trattamento equo.
Noi che stiamo facendo? Apprendiamo le notizie di quanto hanno deciso "gli altri" (stato, sindacati, signori dell'economia) e ci lamentiamo, ma cos'altro facciamo?
Bene io nel mio piccolo andrò a fare i conti di casa come si deve e andrò a togliere tutto quello che riterrò superfluo, non voglio farmi prendere in contropiede e trovarmi con più uscite rispetto alle poche entrate... ma dopo? Ma dopo cosa posso fare? A chi mi affido per avere una rappresentanza verso le istituzioni per chiedere quanto è giusto chiedere? Se ancora non fosse chiaro non confido nei sindacati odierni, troppo addentrati nella politica e troppo coinvolti nelle economie globali, per fare gli interessi della popolazione. In 15 di lavoro e ancora prima( quindi arriviamo a 25 anni) nei quali posso ritenere di comprendere qualcosa di lavoro non ho mai sentito dire: "il governo ha approvato la legge che impone la rivalutazione degli stipendi dei lavoratori in conseguenza del cambio dei valori economici della vita odierna". Gli stipendi non sono cresciuti proporzionalmente a quanto è stata la pressione fiscale e il rincaro della vita: questa sarà la nostra rovina, perché finiti i pochi risparmi rimasti, saremo poveri.
Dunque pur sembrando un menagramo, vi dico che questo autunno sarà caldo e prevedo un forte declino dell'economia con la chiusura di molte realtà economiche entro la fine di quest'anno; l'estate ha già mietuto ma non è ancora finita; a questo si aggiungerà che nel primo semestre del prossimo anno dovremo ancora faticare e non poco visto le drastiche, forse necessarie, azioni che toglieranno soldi dello stato da molte realtà economiche come richiede la tanto declamata e internazionale "spending review": chissà se tutti hanno capito cosa significa e quali ambiti va a toccare? Personalmente spero solo di essere pronto a sopravvivere a quanto succederà nel prossimo e più imminente futuro.

Addendum: a seguito di un unico commento ho provveduto a correggere titolo e didascalia dell'immagine riportandolo il tutto ad una più corretta definizione. Di seguito il commento anonimo, cancellato perché senza firma, che riporta la segnalazione del mio evidente errore nella denominazione del quadro.  (qualcuno che legge con coscienza c'è!!) 

 Anonimo ha detto...
guarda che il quadro di Pellizza da Volpedo si chiama "Il quarto stato", non il quarto potere.
venerdì, novembre 02, 2012 10:59:00 m.

martedì, luglio 17, 2012

Internet - I Miei 15 anni -

Oggi sono 15 anni che sono sulla rete. Inizia i primi timidi passi aprendo la mia prima casella di posta elettronica su una delle piattaforme più in voga all'epoca che non aveva ancora la sua versione europea ne tanto meno italiana. Con la prime esperienza lavorativa (quindi guarda caso sono 15 anni che sto lavorando mese più, mese meno) ho avuto accesso alla rete di internet. Sono cambiate davvero molte cose da allora e di strade cybernetiche ne ho percorse parecchie, non sono mai stati un genio del computer, ma come in molte cose più le fai più prendi dimestichezza, così da semplici messaggi di posta elettronica inziò il mio vagabondare per il web che era molto più essenziale e molto più umano di quello che oggi si può trovare.
Sono transitato attraverso diverse chat collettive o punto punto, ho partecipato ad alcune delle comunità virtuali più o meno normali, ho sfogliato diverse pagine culturali e/o ludiche, ho aperto pagine personali, condiviso testi e immagini con gli strumenti che negli anni si rendevano disponibili. Ho visto cambiare il mondo della rete e soprattutto ho visto cambiare la popolazione di questo mondo di interconnessioni e il modo di comunicare.

Quando iniziai ad usare i primi programmi di navigazione il mondo in cui venni catapultato era decisamente più innocente e umano di quello che è oggi. Partendo dal fatto che gli strumenti erano decisamente più limitati, le aspettative erano più genuine: si sentiva e si leggeva nelle parole la voglia di scambiare, di condividere di trovare similitudini o scoprire diversità geografiche, culturali e generazionali. Esisteva veramente una etichetta cybernetica, esistevano regole non scritte a cui tutti si accomunavano per trovare i tempi ed i modi di comunicazione, anche perché le velocità erano 100 volte inferiori rispetto ad oggi, come anche la quantità di dati erano 1.000 volte di meno di quelle odierne. Nelle chat comuni si scriveva e si leggeva per spiegarsi, comprendersi e scambiare ogni sorta di pensiero, emozione, sensazione ritrovandole o scoprendone di nuove negli altri avventori di quel mondo che accorciava distanze e azzerava le discrepanze di età, culture, religioni, ideali politici ed esistenziali. Le differenze erano il valore aggiunto di quelle comunità che si creavano e scomparivano nell'arco di poche ore, per poi ritrovarsi nei giorni a seguire.
Nascevano amicizie, amori, incontri occasioni ma con lo stesso spirito di coloro che si trovavano nei vari luoghi di aggregazione.

Poi le tecnologie hardware e software iniziarono a correre e rincorrere mete sempre più lontane e veloci tali per cui tutto si è trasformato, iniziando l'era del consumo smodato della comunicazione. Fu così che comunità un tempo floride vennero abbandonate, altre assorbite da società telefoniche o di servizi tali per cui la modificazione genetica del web era inarrestabile; ci fu l'avvento delle applicazioni web che permettevano maggiori velocità e maggior quantità di dati da trasmettere, creando migliaia di mondi in cui potersi muover e per certi versi nei quali doversi districare. La popolazione inizialmente disorientata ha poi ripreso confidenza con tutta questa multimedialità trovandosi anche strumenti maggiori e più sofisticati da poter utilizzare, elevando qualcuno ad una conoscenza ed un utilizzo superiore alla media, dove quella italiana è assai bassa ancora oggi.
Contestualmente sono aumentati gli strumenti di connessione alla rete e le modalità di trasmissione così da incrementare oltremodo la popolazione che nel corso di questi 5 lustri si è andata smagrendo dei navigatori diligenti a discapito dei navigatori delle 24 ore su 24 ore che non hanno perso o non hanno mai conosciuto le regole di comportamento e ancor peggio non hanno più limiti. 

Oggi la multimedialità che offre internet è tale che si può essere connessi costantemente e ininterrottamente forse prevaricando la vita quotidiana, trovandosi compulsivamente  a dover trasmettere qualcosa in ogni istante delle giornata. Io in tutto questo mi sono perso già 5 anni fa. Non trovavo più i tempi di dialogo, non trovavo più un luogo "umanamente" accessibile: dalle chat comuni, alle chat private, dalle comunità di "settore" a quelle a più ampio respiro, alle applicazioni multifunzione, mi sono quasi relegato i quest'ultimo mondo di comunicazione e condivisione che sono i blog, traccheggiando di tanto in tanto sulle piattaforme sociali odierne.

Ho conosciuto ed incontrato un sacco di gente nei primi 10 anni, grazie proprio allo spirito di novità e libertà che internet concedeva, ho partecipato a diverse pizzate fatte con altre 30 e passa persone delle quali si conosceva solo l'alterego cybernetico, oppure ho incontrato piccoli gruppetti di persone se non con una sola persona alla volta, per il solo piacere di dare un volto a delle parole lette sulla rete. Oggi ho la sensazione che sia tutto un rincorrere aspettative ormonali piuttosto che ideologiche ma che non attaccano nei rapporti, almeno non più come un tempo. Siamo nel terzo millennio e viviamo del fast food cybernetico nei rapporti al punto da sentir dire: "se non sei su faccaidilibro non esisti". Affermazione folle! Esisto è basta! Non è una piattaforma sociale a determinare la mia presenza in questo mondo.

Qualche "vecchio marinaio" di questo oceano virtuale si incrocia ancora, ma sono diventati davvero pochi. Sono curioso di vedere cosa riserva il futuro, personalmente mi aspetto una recessione di molte realtà perché sono sovrappopolate e sature. Solo il tempo giudicherà.
Intanto per ora sono a 15!

martedì, giugno 12, 2012

Non è Solo Questo

Giornata alquanto impegnativa quella di oggi. Sveglia alla solita ora, arrivo mattiniero al lavoro, lentamente riprese le quotidiane attività che mi competono. Le energie sembrano a zero, come pervaso da un senso di svogliatezza, ma non è questo... non è solo questo. Anche le le persone che mi circondano sono allo stremo, ognuno per i propri motivi. L'atmosfera è particolarmente pesante da sostenere. Mancano forse gli stimoli? Non lo so. Non è solo questo. Poi iniziano ad arrivare segnali, tutti orientati nella stessa medesima direzione. Si concretizza un senso di sgomento, un senso di impotenza, un senso di frustrazione. Non è successo niente di particolare, ma le reazioni di chi torna dalla casa madre, una discussione la sera prima che ha lasciato un senso di inconcludenza o di incompiuto forse sarebbe meglio dire. Un riunione dell'ultimo minuto che apre molti quesiti ma che non lascia vedere risposte risolutive almeno nell'immediatezza. Qualche telefonata che ti porta a spalancare le porticine piccole degli armadi personali, che nascondono forse troppi scheletri o quanto meno troppo grandi. Nella giornata ci sono anche momenti di confronto o come mi verrebbe da chiamarli "sconfronto" che danno l'idea del comune sconforto. Poi la giornata lavorativa termina, e me ne torno a casa con quella sensazione di aver dimenticato qualcosa o di non aver fatto tutto.
Compro il pane e resto qualche minuto in attesa per pagare in attesa che la cassiera ci possa dare retta e una persona mi passa anche avanti, ma non me ne preoccupo. La testa vaga sfocatamente su pensieri lontani. Al rientro, altra telefonata anche questa strana, stanca, svogliata nei contenuti, mentre distrattamente guardo una partita di calcio degli europei. La telefonata finisce dopo 50 minuti su per giù. Ed è lì che mi assale quel senso di consapevolezza. Prende corpo quanto discutevo al telefono. Stacco la TV attivo la connessione ad internet e vengo qui a scrivere come ogni volta che troppi pensieri si addensano nella mia testa. Non ho ancora scelto il titolo quando sono a questo punto della scrittura, perché non è a fuoco il vero tema di queste righe. In coscienza lo so ma ancora non lo voglio scrivere, ancora lo sto definendo nei dettagli... si perché non è solo questo. Non voglia di contare quante volte l'ho già ripetuto, ma è tutto qui in queste quattro parole: "non è solo questo". 
La nostra quotidianità è l'insieme di molte cose, problemi lavorativi, economici, personali, sociali, storici, politici, ed ho la netta sensazione che anche se non vogliamo ammetterlo siamo tutti vittime della stessa condizione. Siamo preoccupati e non poco. L'incertezza del futuro, l'incapacità di tornare alle nostre vite di prima, la necessaria presa di responsabilità diretta o indiretta ci attanaglia. Ci preoccupa e spaventa di non essere noi i fautori del nostro futuro perché altri hanno il potere di decidere per noi, o così vogliono farci credere. Sento il senso di impotenza verso "angherie" che ci schiacciano e contro le quali non abbiamo armi e difese. Ma non voglio credere che sia così. Non è solo questo. Io ammetto di avere paura per il mio futuro, ammetto che mi sento imprigionato in una strana ed eterea gabbia che mi soffoca e dalla quale non riesco ad uscire. Poi però mi fermo un istante.
Il panico non è mai stato mio amico, quindi lo allontano. Faccio un respiro e con la mente vado a cercare nel mio passato, negli insegnamenti ricevuti in gioventù, a ricordare i ricordi dei vecchi, a ritrovare quella banale quotidianità di un tempo. Mi ritrovo con la mente a vedere il me stesso di 20 anni fa vestito con gli abiti corti di mio fratello maggiore, ad andare in giro a piedi o con una bicicletta scassata di 3 mano. A vedere mio padre che fa i conti di casa per capire se potremo permetterci le ferie o meno, o comprare un nuovo televisore con il telecomando o restare con quello a pulsanti e manopole. Vedo mia madre che lava a mano per non spendere troppo con la lavatrice che consuma troppa corrente. Vedo mio fratello che guida la sua 500 di 4 mano nonostante siano già 10 anni che  ha la patente. Mi ricordo che con meno facevamo di più. Si sta di più con la gente con poco, si stava tutti a darsi una mano, si stava tutti a contare le lire per arrivare a fine mese. Ricordo che il lusso era per altri non per noi. Ricordo che nonostante tutto, c'era dignità, rispetto e solidarietà. Prima c'erano le persone, gli affetti, le questioni importanti della vita erano la salute e qualità della vita. Oggi non è più così. Ci siamo forse smarriti? Ci siamo imborghesiti inconsapevolmente? Certo che oggi siamo terrorizzati di quanto ci si pone davanti tutti i giorni e siamo tutti struzzi: nascondiamo la testa, distogliamo lo sguardo perché non vogliamo comprendere che non sia più borghesi. Io sono sempre stato spiantato e lo resterò per tutta la vita: me ne vanto. Avrò sempre gli abiti corti, vecchi e di qualcun altro, ma non mi importa. Voglio tornare ad avere coscienza di me stesso, della mia dignità di essere umano, di ricordare che non sono il solo. Parecchie volte l'ho scritto e anche questa volta mi ripeterò. Sono un fortunato e di questo sono grato. Nonostante periodi meno buoni, non voglio dimenticare che sono non ho motivo di lamentarmi. Voglio ritrovare equilibri antichi da condividere con chi ha la medesima comunione di intenti, e lo so che non siamo pochi.
Non è solo questo, è che la vita è faticosa, ogni giorno le responsabilità e le difficoltà ci mettono alla prova, non sono da evitare, da svicolare o ingannare, sono da prendere ed affrontare, giorno per giorno, perché questa è la vita. Senza sarebbe tutto troppo noioso e non potremmo avere modo i risollevare la testa, che è la cosa che ci riempie, che ci fa sentire vivi e ci fa sentire noi stessi. Non solo io, molti si ritrovano con questo senso di impotenza, frustrazione e sconforto, per questo sarà più facile ritrovarsi e giorno giorno dopo giorno disegnare una mondo che ci piace di più, in ogni aspetto.
Non è il lavoro a nobilitare l'uomo,  affrontare la vita che ci rende nobili e signori!

Ora torno agli europei, i pensieri sono meno densi e posso ritornare alla routine per finire questa giornata e iniziare quella di domani che affronterò meglio di oggi o di ieri.

mercoledì, marzo 14, 2012

Sbiadito Passato

E' un periodo particolare. Lo scenario economico e sociale è come in uno stato di caos tale per cui diventa sempre più complicato vivere la quotidianità. Il timore di restare senza lavoro, il dover fare i conti ogni momento per essere certi di arrivare a fine mese, dare conto all'humus sociale nel quale siamo inseriti per qual si voglia motiviazione. Non passa giorno che nel guardarmi intorno vedo un formicolante movimento, oserei dire oramai ripartito 50-50 tra realtà e virtualità telematica, in cui ognuno di noi e assorbito, per non dire fagocitato, in una quotidianità distorta in cui tutti noi non facciamo che proferire lamentele più o meno accese, più o meno convinte, più o meno ragionevoli. Un costante borbottio compensato di tanto in tanto da facezie di poca gratificazione nell'estenuante ricerca di un benessere che si sta dimenticando.
Ogni nuovo uso e costume viene preso a giustificazione per le azioni, che sempre più egoistiche, intraprendiamo per soppravvivere alla giornata. Ogni pretesto di evasione o di scarico di responsabilità viene colto immantinente per non dover troppo riflettere sulle implicazioni dirette e indirette. Non nego che ci siano situazioni tali per cui diventa  impossibile non lamentarsi o trovarsi in disagio, ma è pur vero che rispetto a 15/20 anni fa sta venendo a mancare il senso accomunamento, di partecipazione e condivisione, oltre coscienza della realtà storica che stiamo vivendo. Saranno forse ricordi sbiaditi del passato, distorti, che ho della mia vita, ma sono quasi certo che quando avevo 19 anni la vita era più vita. Le persone ancora tenevano rapporti "umani" gli uni a contatto con gli altri, c'era il piacere di stare insieme anche solo per condividere situazioni scomode comuni, oltre che quelle più gioviali; c'era la ricerca di comunanza per vivere meglio concedendosi lo scambio e l'unione di esperienze gratificanti non solo nello stomaco ma anche nello spirito.
Oggi mi pare che ognuno di noi se ne stia per proprio conto limitandosi al contatto e convivenza con gli altri solo per comune tornaconto, o per non sentirsi estromessi da occasioni che sembrano irripetibili, ma che il più delle volte vengono reiterate per mancanza di fantasia o di indipendenza di pensiero. 
Insomma se tornassi indietro con l'esperienza di oggi credo che godrei ancor di più dei vantaggi di quell'epoca; daccordo sembra un discorso legato forse ai maggiori soldi ed alla maggior stabilità, ma per il vero quello che non c'era all'epoca era la sconsiderata grettezza odierna delle persone, che hanno la mente, lo spirito rivolti solo a trovare modo di essere i più furbi anche a discapito degli altri.
E' altrsì vero che ci sono piccole sacche sociali ed economiche in cui, come paradisi antichi e perduti, si riesce a trovare quel sano equilibrio della vita quotidiana, peccato solo che siano sempre meno e sempre più ridimensionate. Non mi resta che accontentarmi e suggere della ricerca di questi piccoli paradisi. E scusate lo sfogo.

domenica, gennaio 15, 2012

12.428 contatti

Questo è il numero conclusivo o quasi di visite che avevo realizzato sul vecchio blog di Splinder. La media era di circa 3.110 visite all'anno mi domando se in questa nuova casa riuscirò a raggiungere lo stesso numero. Mi dispiacerebbe perdere l'occasione di scambiare commenti, pareri. Seppur in modo statico e dilatato nel tempo e nello spazio questo mondo dei diari virtuali è uno dei pochi che sento vicino per poter continuare a scoprire le persone ed i loro punti di vista, avere il privilegio di poter condividere più o meno concretamente le loro esperienze e farle in parte mie. Non voglio essere negativo quindi fiducioso, non smetto di condividere le mie di esperienze ed i miei pensieri per quanto contorti, strampalati od opinabili, attendendo che il "resto del mondo" passi a lasciare un segno anche in questa nuova dimora. Faccio altresì conto su mondo "plus" che google ha aperto a tutti con la speranza che non si snaturi troppo e resti pressapoco com'è ora per non lasciarsi affascinare, o come preferirei direi io traviare, dal caotico modo di comunicare dell'altro socialnetwork che per il momento ancora tiene banco.
Seppur ancora non lo sia, mi auguro che questo nuovo salotto virtuale mi conceda nuove e proficue opportunità.

domenica, settembre 11, 2011

Insana Imbecillità

Ero titubante sullo scrivere questo post che ha come argomento l'imbecillità delle persone. Avevo appena pubblicato il post in cui mi dimostravo felicemente sorpreso nel trovare persone degne di interesse e platonica ammirazione, che in questa ultima settimana ho raggiunto il limite di sopportazione.
Lo scenario e quello lavativo, che già si mal si sopporta proprio perché si è al lavoro, ma il punto fondamentale è che in quest'ufficio è presente una ridondanza di imbecillità di prima categoria. Sono tra coloro che non si negano qualche momento di "svago" per alleggerire la tensione lavorativa rendendo meno pensante la giornata, ma l'oggetto di questo post e che sono spettatore di una trasformazione di queste concessioni divenute ormai un tormento. Alcuni soggetti pensando di essere divertenti (ed un tempo forse a piccole dosi lo potevano anche essere) passano la maggior parte del tempo a ripetere in modo morboso e alienante battute, grotteschi scimmiottamenti di altre persone dell'azienda o che hanno a che fare con l'azienda. Comportamento reiterato in qualsiasi situazione, anche in quelle in cui palesemente sarebbe il caso di darsi una regolata e un contegno; ne consegue che visto dall'esterno tutto ciò non è più divertente o piacevole, bensì grottescamente estenuante e snervante. Mi immagino dovervi lavorare ogni giorno per le ore in cui si deve stare alla presenza di tali soggetti che non risparmiano nessuno determinando, come scritto nel titolo, questa insana imbecillità che porta ad una distruzione dell'ambiente di lavoro, dell'efficacia delle giornata lavorativa sia per l'imbecille che si perde nelle sue stupidaggini anziché concentrarsi sia perché distrae  coloro che li circondano.
Sembra di stare in un parco giochi per "craniolesi", un asilo di bambini molesti e iperattivi che reagiscono a ogni evento distogliendosi da qualsiasi altra attività per fare il verso, la battuta o commentare a spoposito, e questo definendo una condizione in maniera gentile. Pensate se invece tale imbecillità fosse reiterata e fomentata vicendevolmente dagli stessi soggetti che ne sono attori, significherebbe che l'imbecille sono io a considerare il posto di lavoro un luogo in cui ci sono delle regole, dei doveri e degli spazi oltre i quali ragionevolmente non si dovrebbe andare... ma probabilmente sono scrupoli e modi di pensare obsoleti come il commodore 64.
Resta purtroppo il fatto che le persone si preoccupano più di aprire bocca per inutilità, imbecillità, lamentele, litanie totalmente egoistiche senza più guardare agli altri, alla realtà della vita e al rispetto altrui. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il protrarsi di inutili lamentele per 50 km di spostamenti di sedi di lavoro, definite ingiuste, schiaviste... Mi sono intromesso nella discussione dissentendo facendo notare che erano tutte banalità a confronto di altre persone che sarebbero disposte a fare anche 200 km per lavorare piuttosto che non avere un stipendio con cui pagare le spese e sfamare la famiglia. Ho sbottato proprio male, ma quanto stavo sentendo era proprio irragionevole, volevano parlare con senso dopo ben 6 ore passate a dire solo scemenze e scimmiottare chiunque, dicendo invece corbellerie egoistiche e irragionevoli. Ringrazio solo il fatto che era venerdì e che poco dopo ho potuto liberarmi dalla morsa di cotanta imbecillità per chiacchierare o meglio dare ascolto ad una amica che non sentivo da un po' di tempo che finita la telefonata, con un messaggio di testo sul telefono, mi ha fatto un complimento atipico che mi ha sinceramente rinfrancato. Quello che invece mi fa specie è che sono sempre stato molto tollerante, ma mi sto rendendo conto invece che ora lo sono meno, e superati certi limiti anziché stare zitto, apro bocca lasciando uscire parole secche, severe se non addirittura brucianti per dare una fine alla stupidità che dilaga in quel momento. Sarà l'avanzare dell'età sarà lo stress, sarà quel che volete però comincio a prenderci gusto a tarpare le ali alla imbecillità.

N.B. L'autore di questo blog è sempre il medesimo

giovedì, agosto 11, 2011

Quelle Cose Perse Nel Tempo

Non mi è parso vero, ma dopo parecchio tempo ed in un modo alquanto inaspettato per non dire del tutto casulae ho ritrovato una parvenza di "umanità". Niente azioni buone o storie a lieto fine ma soltanto una persona, una donna per la precisione, che mi ha sbattuto in faccia antiche virtù e valori, troppo spesso dimenticati.
Tutto è iniziato con uno scambio epistolare elettronico per lavoro dove nel corso del tempo è andato instaurandosi un dialogo sempre più serrato, rispettoso e collaborativo a cui sono seguiti anche ben presto contatti telefonici, tra queste due persone di per se sconosciute. Credo che entrambe le parti si fossero fatte un'idea ben chiara del proprio interlocutore, generando come conseguneza, rispetto e credo (sperando di non sbagliare) anche simpatia reciproca, producendo così una ottima collaborazione proficua e soddisfacente per entrambe le parti. Succede così che almeno da una parti, nasce un interesse particolare per la controparte che di giorno in giorno dimostra qualità che oggi sono rare da trovare; qualtià che portano ad evidenziare una solida concretezza di carattere e di spirito, accompagnati comunque da gentilezza, disponibilità e... sì, anche piacevole colloquialità, nonostante tutto sia circoscritto a rapporti di lavoro. Di questi tempi si corre talmente tanto che ci si dimentica che ci relazioniamo con persone e non con entità estratte e distanti, ma in questo caso, nonostante le tante responabilità, le vite personali che si sommano ai mille impegni ed altrettante telefonate, e-mail a vuoto, lo "scambio tra i due è umano": per me quasi inverosimile come realtà.
Eventi particolri che non sto a riportare, fanno si ché una delle due parti si espone e per un semplice impulso di contatto umano platonico chiede o se volete propone un incontro alla Lei in questione. Ed ecco il salto dal mondo lavorativo a quello personale, qui accade sempre di tutto, ed in questo caso esplode un mondo: entrambe le parti sono "fuori zona" e chi imbarazzato per la richiesta forse troppo intraprendente e chi per l'invito ricevuto del tutto inatteso, sono "nudi" alla vita di tutti i giorni. Qui spuntano fuori pesantemente quelle virtù ricche di valori. Lei si nega, gentilmente cercando di contenere l'imbarazzo, senza superbia o disprezzo o chissà quale altro sentimento, ha semplicemente palesanto che sarebbe inopportuno, in quanto Lei è impegnata... Questa cosa mi ha lasciato esterefatto! Nell'era in cui tutto è concesso e sdognato Lei candidamente si nega, non per preconcetto o chissà quali strani pensieri, ma soltanto perché non eticamente corretto... Spettacolare questa cosa!
Ci sono ancora persone che si hanno delle regole, vivendo di virtù e valori in cui credono, e non solo perché tutti si concedono qualsiasi libertà, ci si deve per forza uniformare, anzi al contrario, agiscono e si relazione per come pensano sia più giusto. Non ho mai nascosto che ero dell'uso dagli usi e delle consuetudini contemporanee, ma questa situazione di cui vi ho parlato, ha dato nuove nergie alle mie speranze. Chissà se esiste un qualsiasi tipo di catalizzatore per individuare e reccolgire queste persone che hanno quel certo spessore andato perso nel tempo, antico quanto ricco di umanità scevra dalle intossicazioni sociali della globalizzazione terzo millennio. Devo cominciare a cercare con più attenzione queste anime che sono troppo sperse per il mondo sole, contro una moltitudine troppo conformata e "fotocopiata" su se stessa.

N.B. L'autore di questo blog è sempre il medesimo

sabato, dicembre 11, 2010

Il saluto: significante o insignificante...

Non ci avevo mai pensato ma una delle consuetudini di cui facciamo uso, negli ultimi tempi si è modificato, o quanto meno non lo si percepisce più come prima: il saluto. Un gesto o una parola con la quale si comunica, si dialoga, si scambia insieme alle altre persone. Sul posto di lavoro, ma anche nella vita sociale il saluto ha perso quasi la sua valenza di relazione e apertura tra le persone, sembra essere divenuta una banale consuetudine, scontata, inflazionata quasi al punto di non essere più parte di noi, risultando forse solo un gesto meccanico reiterato senza valenze. In taluni contesti più che in altri il saluto viene meno, soprattutto sul posto di lavoro dove molto spesso si incrociano i colleghi che per quanto conosciuti o meno (a seconda della dimensione dell'azienda) quasi non ci si saluta, se non con un risicato e veloce “ciao” o con un lieve cenno; al di fuori del lavoro invece, quasi con timore e vergogna le persone vagamente conosciute si salutano con un insipido, e per me inadeguato, “salve” mentre le persone conosciute si salutano velocemente o meccanicamente. Questa quanto meno è l'impressione che se ne potrebbe avere.
Personalmente non saprei dire l'origine del saluto, ma di certo è un motto sociale che rompe la distanza e introduce lo scambio, inoltre per come me li ricordo il “buongiorno, buon pomeriggio, buona sera e buona notte” hanno un certo fascino, non solo sono dei saluti ma anche degli auguri e dimostrazione di attenzione verso gli altri, che per quanto semplici, potrebbero ben disporre a instaurare un rapporto seppur di breve durata se non di “abbellire” la separazione, piuttosto che lasciare quell'insipida distanza che crea indifferenza, se non diffidenza e in alcuni casi addirittura timore.
Ricordo quando mi si diceva che per rispetto i più giovani devono salutare le persone più grandi di età, e con modi appropriati: ovvero mai con un ciao e possibilmente evitando il salve. Oggi non solo non vengo salutato da chi è più giovane, ma quando capita a volte con troppa superficialità e irriverenza sentendo la forzatura della cosa... di per se non è che ne faccia una questione di principio, ma di certo trovo sgradevole non scambiare un saluto, ritengo che abbruttisca l'esistenza delle persone a non avere un minimo di rapporto, in fondo fosse anche un solo saluto in tutta la giornata, potrebbe rendere tutto più digeribile e meno apatico per non dire meno alienante.
In altri ambiti sociali invece il saluto assume addirittura una simbologia definendo anche in alcuni casi una casta, un gruppo sociale chiuso o un modo di tenere fuori il resto dell'umanità con la quale non ci si vuole rapportare; ad esempio alcuni gruppi come gli skaters, oppure i rapper o gruppi simili hanno dei saluti convenzionati diversi dai soliti, e in taluni casi talmente elaborati che restringono il gruppo di appartenenza, lo definiscono e lo circoscrivono escludendo tutto il resto, creando una distanza e una presa di posizione quasi a mettere in difficoltà la controparte, e in alcuni casi pure a mettere in imbarazzo per prendere vantaggio sul prosieguo dell'eventuale scambio. Forse solo più in quei contesti di distinzione e definizione dei ruoli e dei gruppi prende ancora una valenza, ma tolti gli ambienti militari o di casta, dove ha una valenza gerarchica e di riconoscimento, molte volte il saluto diviene un motto ruffiano dove si saluta il capo ufficio e non i subalterni, oppure il personaggio di rilievo ma non la comune persona.
Se mi soffermo a pensare al saluto, mi viene sempre in mente una sola immagine: due viandanti che procedono su direzioni opposte ma sulla medesima via che si incrociano e seppure non si conoscano appena sono a portata di voce si salutano, a voler dimostrare rispetto e la volontà di condividere la condizione di viaggiatori cercando conforto e aprendosi a uno scambio di informazioni utili perché no anche al viaggio stesso, se non addirittura, augurando qualcosa di buono, soprattutto nel saluto di separazione. Rivedendo alcuni momenti della giornata ci si può rendere conto che il saluto invece cade nel vuoto... inascoltato o ancor peggio non raccolto per totale indifferenza e distacco, situazioni sulle quali a ripensarci danno un senso di tristezza e abbandono.
Tenacemente non mi arrendo, pur capitando spesso di non essere quasi ricambiato nel saluto o per niente salutato, io insisto a salutare con lo spirito dell'augurio e dell'apertura: mi fa sentire meno solo e soprattutto mi permette di avere una migliore relazione con gli altri. Forse questa mia visione e interpretazione del gesto di questi tempi potrebbe non essere condiviso, ma la continua alienazione nella comunicazione verbale, pur non sembrando, ho la netta impressione che stia portandoci verso una modificazione della percezione del comune senso di espressione; seppur sia un gesto o una parola di poco conto, in realtà nasconde e produce molto: il saluto non è solo una scambio sociale convenzionale, è certamente un messaggio di interazione tanto semplice quanto forte ma svalutato. Alcune esperienze sul saluto aiuterebbero a far comprendere che aprirsi agli altri conosciuti o meno che possano essere è un gesto di tolleranza, di disponibilità e di attenzione, cose oggi che parrebbero scomparse o negativamente sottovalutate.
Nel mio viandare mai ho negato un saluto, sempre rispettoso e attento per ogni potenziale interlocutore, che fosse verbale piuttosto che scritto, già perché anche nella relazione scritta oggi con gli strumenti moderni di comunicazione si sta osservando una lenta e durevole modificazione e alienazione della capacità di relazione di base, cosa che un tempo era più facile e abbordabile. Al contempo invece quando il saluto viene utilizzato intenzionalmente assume tratti che sembrano più sprezzanti e ironici se non fintamente superficiali e stucchevoli di quanto dovrebbero essere...
Comunque sia il saluto non è il solo ad aver perso il suo fascino e la sua valenza, molte altri mezzi relazionarsi stanno degenerando su distanti meccaniche e insignificanti rituali senza peso valore, quando invece sarebbe opportuno ritrovare quella interazione sociale più calda e umana.